Un racconto di anoressia quotidiana
[da Pixabay]

Ciao Giulia! Grazie per aver accettato di rispondere alle nostre domande!
Che ne dici di raccontarci qualcosa di te? Cosa fai nella vita, quali sono le tue passioni?

Ciao!
Innanzitutto: grazie a voi per aver dato spazio non solo a me, ma a tutti coloro che con me e come me condividono questa lotta spesso sottovalutata…
Cosa posso dirvi di me? Dunque… Sono Giulia, ho quasi 30 anni e anche se fatico a dirlo sono una danzatrice.
La danza è sempre stata una delle mie principali e più grandi passioni, la pratico da quando avevo 8 anni e nel tempo è diventato il mio lavoro, anche nella forma dell’insegnamento.
Ma di sola danza non si vive: in realtà sono una persona curiosa, adoro leggere e studiare, camminare immersa nella natura, cucinare qualcosa di buono e che coccoli chi mi sta vicino, amo la compagnia e la solitudine allo stesso modo, mi piace sentirmi viva saltellando tra i molteplici sentieri della mia vita.

Quando hai iniziato a mostrare i primi sintomi dell’anoressia?

La malattia, il “mostro” si è insediato dentro di me subdolamente e lentamente quando avevo circa 15/16 anni, l’età ideale per molti, la più devastante per altri.
L’adolescenza non è mai semplice, ed è terreno fertile per qualcosa che ti fa sentire al sicuro, protetto, più forte mentre ti distrugge.
Ero una ragazzina serena, praticavo danza e volevo diventare una ballerina vera, studiavo con ottimi risultati al liceo, sembrava non mi mancasse nulla.
L’ “unica cosa” che mi mancava era sentirmi compresa, parte di qualcosa, magari di un gruppo di classe o di amici, ed è come se tra tutti i pensieri che mi ronzavano in testa avesse iniziato a prevalere quello secondo il quale “un bel corpo ti aiuterà ad essere notata, accettata”.
E così, complice la danza e l’ideale del “fisico da ballerina”, i discorsi ascoltati in classe, una vita che era diventata sempre e solo scuola-danza-danza-scuola, mangiare un po’ meno, togliere qualcosa dal piatto, rinunciare alla merenda diventavano i miei punti di forza, mi facevano sentire che ero una tosta, che potevo fare tutto, avere tutto sotto controllo, mi faceva sentire “perfetta”, mentre la verità è che ero triste, profondamente triste e iniziavo ad essere schiava del cibo.
Mangiavo per sentirmi dire “brava”, perché qualcuno mostrasse di essere felice per me, e allo stesso tempo non mangiavo per mantenere quel corpo magro che suscitava in qualche modo interesse, quel corpo magro che mi faceva sentire più giusta, che mi rendeva speciale.
E nel mio delirio di onnipotenza, mi sono ritrovata malata.

Il tuo percorso, per chi ti conosce, è lungo ma anche coraggioso e pieno di voglia di vivere: se dovessi parlare degli” strumenti” con cui ti fai forza e che ti hanno aiutato, cosa diresti?

La prima cosa: la voglia di vivere.
Sembrerà una risposta banale, scontata, romantica, ma la verità è che se non avessi conservato dentro di me quella Giulia viva, curiosa, affamata di tutto ciò che la vita può offrire, probabilmente mi sarei lasciata andare totalmente alla malattia.
E negli anni ancora di più ho capito che tra tutti gli strumenti e gli aiuti possibili, questo è uno dei più preziosi ma anche dei più dolorosi, perché lo puoi trovare solo dentro di te: e quando vivi in una nebbia, in mezzo a una costante tempesta, gli appigli spesso sono difficili da trovare.
Ma, naturalmente, questo non basta: negli anni sono stata aiutata da psicologi, dietisti e nutrizionisti, ognuno dei quali con il suo metodo (e tanta devozione, o meglio, pazienza!) ha saputo di volta in volta lanciarmi una corda, più o meno resistente, su cui fare leva per aggrapparmi e risalire.
Senza un professionista – estraneo, esterno, imparziale, ma capace di vederti davvero – non se ne esce.
Così come non se ne esce senza qualcuno che ti ami, ti voglia bene, ti conosca e anche senza armi o con quelle poche che ha ti sta accanto, ad ogni costo e con non poca sofferenza: ringrazierò per sempre mia madre, la prima che disperatamente mi ha soccorso, la mia famiglia, le mie amiche, quelle di una vita e quelle che sono passate per un po’, e il mio ragazzo, che da oltre sette anni mi sta accanto tra gli alti e i bassi della mia altalena malata.
La “fame d’amore” non si può guarire senza amore.

Parliamo un poco della malattia. Come ci si sente ad “essere anoressiche”? Quali sensazioni accompagnano un malato di questa patologia durante “una giornata di vita quotidiana”?

Chiamiamola Ana.
Ana ti sveglia al mattino e già calcola tanto le calorie che andrai a ingurgitare quanto quelle da consumare tramite qualsiasi tipo di attività: come suona la sveglia, suona nella testa il campanello di allarme che dice “Attenzione! Oggi puoi mangiare questo e quello perché vai a danza, ma non troppo, perché sennò poi esageri!” oppure “Oggi ti aspetta il pranzo di famiglia, attenzione non toccare questo o quell’altro e poi magari dopo in bagno fai 50 addominali e poi un po’ di cyclette!” e via dicendo.
Ana sta attenta ad ogni minimo movimento, per cui anche fare le pulizie diventa un escamotage per bruciare di più, o il semplice stare in piedi è meglio che stare seduti, o il fare qualsiasi cosa meglio che stare ferma davanti alla TV.
A tavola poi, dà il suo meglio: assoluto controllo della quantità e qualità del cibo, che se non è come dice lei, ti fa innervosire, tremare davanti a un carboidrato – che poi dovrai assolutamente smaltire subito – cambiare umore, piangere, e poi, una volta finito lo strazio, ti consola lodandoti con un: “Brava! Ecco, vedi: hai resistito, mangiando solo quello, così va bene, brava! Poi ora fino a cena niente, dopo vediamo!”.
Se “sgarri”, invece, ti uccide con: “Ecco! Vedi? Non hai resistito, sei una golosa cicciona di merda, adesso lo senti nelle cosce, nella pancia, nei fianchi, il grasso che cola! Adesso sei contenta, eh? Sei contenta di dover sgobbare per rimediare? Hai sgarrato, adesso devi assolutamente bruciare e poi magari anche digiunare!”. E poi, Ana è molto gelosa, possessiva, spacciandosi per protettiva ti trattiene a casa, nel tuo guscio sicuro, dove è più facile controllarsi e non cedere alle tentazioni, ti fa dire no a qualsiasi uscita non programmata e non abbastanza premeditata, ti fa rinunciare al piacere di una pizza con gli amici, di una torta di compleanno, perché è più importante restare a casa, a studiare perfettamente tutto per la scuola, a  fare le solite cose che ti aiutano a stare tranquilla, quella routine che è già appurato che “funziona” e che richiede attenzione al cibo, alle calorie, al movimento, agli orari per ogni cosa.
La danza va bene, perché bruci, definisci il corpo, perché anche lì devi sempre cercare di dare il massimo per diventare perfetta, essere una ballerina impeccabile o una maestra amata e competente: non deve per forza piacerti, ci vai anche controvoglia perché a lei piace così, e allora devi. 
Tra le sue attività preferite poi,  siccome le piace controllare tutto, c’è anche il controllo del peso: pesarsi ogni giorno alla tessa ora, oppure più volte al giorno agli stessi orari diventa fondamentale, tanto quanto misurarsi le cosce e le braccia e vedere se riesci sempre a prendere con le due mai o con una sola mano –  e casomai un giorno la circonferenza o il peso siano diversi, aiuto! Ana disprezza il tuo corpo, non va mai abbastanza bene, però le piace da morire quando ti accarezzi le ossa, le vedi, le senti, e ti fa sentire che è rassicurante, nessuno può toccartele quelle.
Nessuno.
Infatti, finisci anche per fuggire dagli abbracci, dalle carezze, le vorresti tantissimo ma no, non le prendi. Prendi solo le tue stesse mani, quando ti accarezzano, ma anche quando ti graffiano, ti picchiano la pancia, le cosce, perché sono troppo grasse, perché hai mangiato e hai sbagliato. E se tutto va bene, alla fine di una giornata così, forse ti fa andare a letto con il cuore distrutto ma in pace perché hai portato a termine tutti i suoi dettami. E appena lei si addormenta e tace, capita di sperare con tutto quel poco di te stessa che ti rimane, di non svegliarsi più.

Ho spesso l’idea che come società abbiamo fallito (e continuiamo a farlo) quando si tratta di DCA e dell’idea che si ha di queste malattie… Sei d’accordo? Pensi che si potrebbe fare qualcosa in più, magari nelle scuole o nelle comunità di cittadini?

Sono, purtroppo, pienamente d’accordo con te.
Viviamo oggi più che mai nella società dell’apparenza, dove la superficie è più importante di quello che c’è sotto. E questa superficie deve essere sempre smart, giovane, carina, atletica, curata, l’immagine della ragazza o del ragazzo acqua e sapone ma perfettamente da copertina.
Totalmente immemori che nel passato – ma anche oggigiorno in altri ambienti culturali – una bella donna aveva un corpo, con delle curve, era un femminile rotondo, materno ma anche sensuale, un corpo vero, con le sue perfette imperfezioni, naturale. Bei tempi, altri tempi…
Ma la cosa più complessa, in realtà, non riguarda solo il problema dell’immagine, dell’ossessione estetica che caratterizza gli ultimi decenni della cultura in cui siamo immersi.
La cosa difficile è far capire che si tratta di una malattia, vera e propria, non un capriccio o una moda, ma una patologia seria, subdola e infame, che va curata e soprattutto prevenuta come se fosse un tumore: con uno stile di vita e una mentalità più sani, genuini, attenti alle unicità delle singole persone, ai loro pregi, alle loro potenzialità, che guarda la collettività nel suo essere meravigliosamente eterogenea e complementare, piuttosto che un branco omologato in cui se non sei uguale agli altri e non ti pieghi agli stessi compromessi allora sei “strano”, “egocentrico”, e “presuntuoso”.
Mi spiego meglio: spesso una ragazza anoressica o bulimica, così come in realtà una persona obesa, è “semplicemente” una persona con un problema che non sa come esternare, risolvere, e affrontare, che prova un forte disagio. Si sente sola, diversa, e che nella sua disperazione riversa tutto sul cibo e sul corpo, come se fossero la sola cosa che resta possibile gestire.
Come qualcuno che potrebbe riversare tutto sull’alcool, sulla droga, sul gioco d’azzardo… Un DCA è un disturbo ossessivo compulsivo, una dipendenza come tante altre ce ne sono e come tutte va conosciuta, seguita e curata con i giusti strumenti.
E come si fanno tante campagne antifumo e “bevi responsabilmente”, sarebbe necessario farne altrettante per l’anoressia o la bulimia, con la differenza che, ricollegandomi al primo discorso, nemmeno le campagne contro il body shaming che ora vanno tanto potrebbero cambiare la mentalità troppo diffusa per cui “magro-sano-bello-perfetto” a braccetto garantiscono il “successo.
Insomma: per concludere secondo me sì, sarebbe necessario far qualcosa tanto nelle scuole quanto a livello sociale, ma non si può pensare né di lavorare esclusivamente sull’immagine corporea né sul rapporto con il cibo e un’equilibrata alimentazione.
Per cambiare davvero le cose bisognerebbe partire dal presupposto che la malattia è solo un sintomo di qualcosa di più profondo e una volta accettato e compreso il concetto, lavorare proprio su quel profondo disagio che blocca la vita in un circolo vizioso  mortale.
Una volta guarita quella ferita, ci metterà un po’ a cicatrizzare, ma pian piano smetterà di fare male.
E si può tornare a vivere in armonia con ciò che si è davvero. Perché è proprio questo che andrebbe incentivato, e credo a prescindere da qualsiasi problematica: l’essere ciò che davvero si vuole essere, il vivere l’unica vita che ci è data seguendo il nostro istinto, sviluppando le nostre potenzialità e realizzando ciò che ci fa sentire noi stessi, vivi e felici.

Si parla spessissimo “della prima volta” in cui ci si ammala di anoressia, quasi mai delle ricadute: come mai secondo te?

Credo sia perché siamo troppo abituati al “lieto fine” delle favole.
Ci si ammala, a volte anche molto gravemente, ma si spera sempre di poter guarire e che la guarigione sia definitiva. Ma, mentre la febbre passa e un osso si ricostruisce, ci sono problemi che necessitano di più tempo, cure, forza… E non sempre tutto questo basta.
Come le recidive tumorali o la depressione, anche l’anoressia restare latente per tantissimo tempo e poi tornare a colpirti nel momento in cui sei più fragile.
Di anoressia si muore, di anoressia si sopravvive… Anzi, è quasi più semplice pensare a una sopravvivenza nella malattia costante che a una ricaduta: la ricaduta suona sempre più come un fallimento, qualcosa di negativo, che fa sentire peggio persino te stesso oltre chi ti sta accanto.
Spesso le ricadute vengono nascoste, non ammesse nemmeno dalla persona stessa: io stessa, pur consapevole, non volevo ammettere di vivere la ricaduta più grande e più grave che ho passato. Finché non mi sono arresa allora ho cominciato a guarire.

Che progetti hai per il tuo futuro? Hai mai pensato di aiutare altre ragazze nella tua stessa situazione, magari raccontando tutta la tua storia attraverso un blog?

Progetti per il futuro ne ho sempre avuti tanti, anche nei periodi più grigi stranamente non ho mai smesso del tutto di fare sogni.
Al momento, oltre a sistemare il mio futuro nuovo nido insieme al mio ragazzo – che non smetterò mai di ringraziare per quanto mi è stato vicino sempre e comunque – e a riprendere il mio lavoro di insegnante, sto ragionando su come sfruttare al meglio la mia esperienza.
Sicuramente mi piacerebbe poter aiutare sia persone che presentano i primi sintomi e hanno bisogno di una scossa per svegliarsi dal torpore della malattia, che persone che sono in lotta da anni e hanno bisogno di una spinta per crederci e continuare la battaglia.
L’idea di aprire un blog mi solletica parecchio, ma ammetto che mi piacerebbe poter fare sensibilizzazione anche utilizzando gli strumenti a me più affini e cari, ossia la danza e il teatro… E poi, come non mi sono tirata indietro e più che volentieri ho condiviso con voi qualche pensiero, sono aperta a proposte e iniziative di chi volesse con me, con noi, portare avanti la battaglia contro il mostro che ti divora dentro.

Grazie Giulia per averci dedicato un poco del tuo tempo, ti auguriamo il meglio!

No, grazie a voi!!!!

Tilde & Giulia Berti

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