“Senti chi parla”: perché non è necessario insegnare a parlare ai bambini

Anche se non avete figli, vi sarà sicuramente capitato di vedere degli adulti (spesso i genitori) interagire con dei bambini piccoli facendo loro domande su ciò che stanno vedendo o facendo, con dialoghi del tipo:

“Come si chiama questo?”
“Abero”
“Albero?”
“Sì!”

Forse visti da fuori sono un po’ ridicoli, ma bisognerà pur che qualcuno insegni a parlare a questi pargoli, no? Be’, è indubbio che la nostra cultura dia ai genitori un ruolo molto attivo, quasi come se fossero degli insegnanti, ma siamo sicuri che sia l’unico modello accettabile e funzionante?

I bambini di Trackton

Nel mondo esistono così tanti modelli genitoriali che quello “occidentale” è solo uno dei tanti, e nemmeno maggioritario.
Oltretutto, per trovarne di diversi non serve nemmeno andare in Africa o Asia, come testimoniato dall’antropologa Shirley Brice Heath, che negli anni ’80 del ‘900 ha studiato i modelli educativi di una comunità afroamericana in North Carolina, da lei chiamata Trackton.

In questa comunità, gli adulti non parlano direttamente ai bambini finché questi non sono in grado di rispondere in modo logico e comprensibile.

A noi può sembrare che, in questo modo, i bambini vengano privati di stimoli importanti proprio nei primi anni, quelli fondamentali perché sviluppino un linguaggio; in realtà, però, sono continuamente circondati da adulti, e gli adulti tra loro parlano.

Si potrebbe anzi dire che la lingua a cui sono esposti, non essendo il “baby talk” tipico di altri modelli, sia molto più ricco e stimolante. E infatti i bambini che crescono all’interno di questa comunità non presentano nessun ritardo nello sviluppo del linguaggio, e da adulti sono perfettamente in grado di comunicare.

Piccole macchine linguistiche

Vi è poi un altro elemento da tenere in considerazione: i bambini sono bravissimi ad usare regole grammaticali senza aver mai ricevuto nessuna spiegazione, tanto che Noam Chomsky, uno dei giganti della linguistica, ha proposto la teoria della “povertà dello stimolo”.

Secondo Chomsky i bambini non ricevono una quantità di input tali da giustificare un apprendimento linguistico così rapido: l’unica spiegazione è quindi che il linguaggio sia una capacità innata.

In altre parole, i bambini avrebbero già un elenco di possibili opzioni linguistiche, e imparare a parlare significherebbe solo imparare quali sono le opzioni effettivamente presenti nella lingua che stanno imparando, ed eliminare le altre.

Benché altri linguisti rifiutino le conclusioni più estreme di Chomsky (e ad esempio rivalutino la ricchezza dello stimolo a cui sono esposti i bambini), è certo che i cuccioli di essere umano hanno un particolare “talento” per la grammatica, paradossalmente dimostrato dagli errori.

Quante volte avete sentito un bambino dire “romputo” o “i diti”? Ebbene, questi errori derivano dall’aver imparato troppo bene le regole (rispettivamente, del participio passato dei verbi in -ere e del plurale di sostantivi maschili): in questa fase la loro lingua è molto più regolare di quella degli adulti, in un certo senso, perché applicano un’unica regola a tutti i casi, senza tenere in considerazione eventuali irregolarità.

Ma magari imparano meglio

Vi sento: “D’accordo, i bambini imparano a parlare da soli, ma magari se qualcuno li aiuta imparano meglio!”.
Obiezione ragionevole, in fondo è possibile che la cultura occidentale mainstream abbia, del tutto casualmente, sviluppato un modello genitoriale migliore degli altri, almeno da questo punto di vista.

Se così fosse, dovremmo notare una certa sistematicità nelle correzioni dei genitori e nelle reazioni dei bambini, e proprio di questo si sono occupati alcuni studi. In questo senso, un grande classico è uno studio del 1970 portato avanti da Brown e Hanlon su tre bambini, chiamati nello studio Steve, Sarah ed Eve, osservati per un periodo di nove mesi.

A partire dagli anni ’80 le trascrizioni dei dialoghi studiati sono state digitalizzate, e hanno costituito la base del CHILDES (Child Language Data Exchange System), un corpus a cui sono stati aggiunti molti altri dati e che è consultabile gratuitamente.
Insomma, cos’hanno scoperto Brown e Hanlon?

Intanto, che i genitori non sono molto coerenti nei feedback che danno: come si osserva dalla tabella qui sotto, è anzi più probabile che approvino una frase sbagliata, rispetto a una giusta.

Approvazione (App.) e disapprovazione (Dis.)  di frasi corrette (Correct) e sbagliate (Incorrect) da parte dei genitori in due fasi dello studio, da Hayes, J. R. (1970). Cognition and the Development of Language.

Uno studio molto più recente (Saxton, 2000) si è invece concentrato sul tipo di feedback dato dai genitori nel momento in cui il bambino commette un errore, distinguendo tra negative evidence (il genitore corregge il bambino), negative feedback (l’adulto indica genericamente che c’è qualcosa che non va nella frase del bambino), adult move-on (l’errore viene ignorato) e positive input (l’adulto pronuncia una frase contenente una versione corretta di ciò che ha detto il bambino).

C’è un feedback che rende più probabile una correzione da parte del bambino (e che mostra quindi che è stata attivamente appresa la struttura corretta)? Ebbene, come si osserva dalla tabella sottostante (ottenuta studiando la “famosa” Eve del database CHILDES), la reazione nettamente più probabile è che la bambina ignori del tutto l’adulto. Una correzione attiva rende leggermente più frequente una correzione, ma parliamo di numeri decisamente bassi.

Use correct: la bambina si corregge; persist-with-error: continua a produrre l’errore; child move-on: continua il discorso ignorando la correzione. Da Saxton, M. (2000). Negative evidence and negative feedback: Immediate effects on the grammaticality of child speech. First Language, 20(60), 221-252.

Le cose cambiano se consideriamo solo l’ultima fase dell’esperimento, quando Eve padroneggiava la struttura in questione almeno la metà delle volte.

Confrontando questi dati con la media dell’intero periodo, osserviamo che era molto più probabile che Eve si correggesse, soprattutto dopo negative evidence e negative feedback. 

I dati riferiti alla fase in cui padroneggiava di più la struttura sono quelli a destra. Da Saxton, M. (2000). Negative evidence and negative feedback: Immediate effects on the grammaticality of child speech. First Language, 20(60), 221-252.

Anche così, tuttavia, l’effetto della correzione permane anche sul lungo termine?
Saxton sembra rispondere “forse”, ma altri studi sembrano dirci un deciso “no”.

Per una risposta definitiva servirebbero probabilmente più studi, ma forse possiamo già concludere che se esistono delle differenze e dei vantaggi dati dall’avere genitori che insegnano attivamente la lingua, questi sono minimi.

Quindi, se avete dei figli e vi state chiedendo come fare per insegnare loro a parlare, la risposta migliore che la linguistica può darvi è: rilassatevi, state facendo un ottimo lavoro.

Sara Laudicina

Bibliografia

  • Kaplan, A. (2016). Women Talk More than Men. Cambridge University Press;
  • Potete consultare voi stessi il database CHILDES a questo link: https://childes.talkbank.org/

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