Radioattività: una questione di equilibrio

Il 1 Marzo del 1896, ovvero qualche “annetto” fa, Antoine Henri Becquerel (Parigi, 15 dicembre 1852 – Le Croisic, 25 agosto 1908) espose all’Accademia delle scienze di Parigi la scoperta della radioattività, portandolo così ad ottenere il premio Nobel per la Fisica nel 1903 “in riconoscimento degli straordinari servizi che ha reso con la sua scoperta della radioattività spontanea”. 

Ma la vera domanda è: perché la radioattività è così importante per la scienza moderna? Io direi intanto di fare un passo indietro, ovvero, andiamo prima a comprendere cosa s’intende per radioattività!

Per poter capire meglio la radioattività possiamo immaginare un equilibrista, sospeso su una fune da terra, con in mano un’asta ed agli estremi di quest’asta dei pesi, che però non gli permettono di rimanere in equilibrio. 

Cosa farà istintivamente il nostro acrobata a questo punto? Cercherà di lasciar andare dei pesi per poter rimanere in stabilità e raggiungere la parte opposta della fune. 

[di Alexas_Fotos da Pixabay]

Le sostanze radioattive agiscono allo stesso modo: infatti esse presentano dei nuclei atomici instabili (radioattivi) che tendono, in un certo lasso di tempo – detto “tempo di decadimento” – a trasmutarsi spontaneamente in nuclei di energia inferiore, raggiungendo uno stato di maggiore equilibrio.

 Esistono tre forme distinte di radioattività classificate per modo di decadimento: sono i raggi alfa, i raggi beta e i raggi gamma. Ognuno di questi tipi di radioattività ha proprietà e pericolosità diverse. 

Dal 19° secolo ad oggi la radioattività è stata studiata approfonditamente ed è grazie a questi decenni di studi che siamo arrivati ad avere un’ottima conoscenza sui possibili effetti collaterali che la radioattività può manifestare sia sul nostro organismo che sul mondo che ci circonda. 

Per quanto riguarda i danni radio-correlati si possono dividere in effetti deterministici, ovvero connessi alla quantità di radiazioni assorbite ed effetti stocastici, ovvero che non dipendono dalla dose assorbita. 

In linea di massima i danni legati alle radiazioni vengono maggiormente subiti da quelle popolazioni cellulari che si riproducono molto rapidamente, rendendole più vulnerabili di quelle che lo fanno lentamente. 

In virtù di questo fatto, gli organi più sensibili alle radiazioni sono il midollo osseo emopoietico e il sistema linfatico (globuli rossi, bianchi, piastrine etc…). 

In questo modo gli organismi che si sottopongo alle radiazioni possono, per esempio, presentare un aumento di patologie infettive, a causa della carenza di globuli bianchi o di patologie emorragiche, per i danni subiti a carico delle piastrine. 

È importante sottolineare, altre sì, che la radioattività ha permesso alla Medicina di fare dei passi immensi avanti, ponendo le basi alla moderna Radiologia, ovvero la disciplina medica che grazie alle radiazioni, ci permette di studiare tutto il nostro organismo tramite l’interpretazione a fini diagnostici o terapeutici di immagini radiologiche e non solo!

Infatti ha fornito anche un’ottima arma contro patologie tumorali, proprio sfruttando l’effetto deleterio che le radiazioni hanno sulle cellule che si moltiplicano velocemente. 

Come tutte le scoperte scientifiche avvenute negli ultimi secoli, la radioattività ha permesso all’essere umano di accedere ad un grande sapere e parafrasando Ben Parker (lo zio di Spiderman NdR) “da un grande sapere derivano grandi responsabilità”, ergo, comprendendo i danni che le radiazioni possono provocare e conoscendo, altre sì, gli utilizzi a scopo terapeutico/diagnostico, sta a noi riuscire ad utilizzare queste conoscenze in maniera opportuna. 

Andrea Alberghina
Laureato e abilitato a Palermo in Medicina e Chirurgia. Nerd per predisposizione genetica, di generazione in generazione. Appassionato di romanzi storici e film.

Fonti:

  • Amaldi U., Fisica delle Radiazioni, Bollati Boringhieri, 1971;
  • Tuniz C., L’atomo inquieto. Breve storia della radioattività e delle sue applicazioni 2014;
  • Wikipedia, pagina sulla radioattività.

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