“Pesante come una piuma”

Non avrei mai potuto scrivere questo articolo senza Giulia, mia carissima amica, per cui a lei va il mio più grande grazie.
Con tutto il cuore.

Ciao, sono Giulia e soffro di DCA da almeno 15 anni.
Non mi spaventa dirlo, non mi disturba parlarne, non mi dispiace spiegare… Anzi.
Quello di cui ho più bisogno è proprio parlare, darmi voce ed essere ascoltata. 
Senza più paura di sentirmi sbagliata, diversa, “mai abbastanza”, inutile, grassa, brutta, incapace. 
Senza più paura di essere me. 
Perché io sono una persona, e ho tutto il diritto di vivere la mia vita, di essere semplicemente IO, di essere felice.
Perché io sono Giulia, e non sono la mia malattia.
[foto di Giulia Berti]

Nel tentativo di eradicare il falso mito dell’irraggiungibile canone di bellezza imposto dalla moda occidentale dagli anni ’80 in poi, il movimento del body positivity ricopre sicuramente un ruolo fondamentale: normalizzare peli, cicatrici, brufoli, variazioni nella pigmentazione della cute e tanto altro è un gesto tanto nobile quanto corretto, ma non è tutto oro quel che luccica.

Nel ricordare alle persone che siamo tutti umani e quindi imperfetti viene, sempre di più, fatto passare anche il messaggio che il nostro corpo deve essere accettato in qualsiasi forma: questo conduce ad un’inevitabile normalizzazione di certe patologie che, invece di essere contrastate, trovano il proprio habitat naturale in questi ambienti e finiscono per vincere sull’individuo affetto

In questo primo articolo parleremo brevemente dell’anoressia, mentre nel prossimo affronteremo l’altra faccia della medaglia: l’obesità.

Il concetto di BMI

Risulta insensato parlare di disturbi che riguardano l’alimentazione senza accennare al Body Mass Index, o Indice di Massa Corporea (IMC) in italiano.

Sistema di valutazione del peso, riferito al rischio di malattia, proposto per la prima volta dallo studioso belga Quelet, oggi è solamente uno dei tanti strumenti a disposizione degli specialisti per poter stabilire la situazione fisica del paziente in termini di peso.

Esso risulta comunque utile se si vuole, anche da soli, tentare di capire quale sia la propria situazione: atleti e pesisti con sviluppata massa muscolare sanno di non doversi attenere a questo valore, ma per il resto della popolazione può essere un valido strumento.

La formula del BMI consiste nella divisione del peso di un soggetto adulto, espresso in chilogrammi (kg), per il quadrato della sua statura espressa in metri (m).

Il calcolo del BMI si basa dunque sull’equazione BMI = kg / m2.

… In che senso “nervosa”?

Quando si parla di anoressia – riferendosi quindi a quegli individui il cui BMI indica un sottopeso – spesso si associa anche il termine “nervosa”.
Come mai?

Salvo rarissimi casi, l’origine di questa patologia è quasi sempre di origine psicologica: nel soggetto è presente un fortissimo disagio che lo porta al rifiuto del cibo

Le cause che portano all’alterazione della propria immagine corporea sono tantissime e, molto spesso, ogni singolo caso ha un’origine specifica che va trattata a sé.

Generalmente questi soggetti hanno una bassissima autostima, probabilmente causata da eventi passati traumatizzanti o figure violente che hanno portato alla distruzione del valore della persona malata.

Il malato di anoressia non si vede magro e, nella fase di rifiuto della malattia, reagisce con rabbia e sdegno alle proposte di aiuto o alle preoccupazioni delle persone care, allontanandole o tentando di addurre motivazioni che possano “normalizzare la propria condizione”.

Effetti principali dell’anoressia e patologie correlate

A seguito di un’alimentazione ferrea ed eccessivo esercizio fisico, il soggetto affetto da anoressia perde gran parte del suo peso corporeo. 

Sebbene sia una patologia che affligge principalmente le giovani donne, è bene ricordare che anche uomini e ragazzi ne soffrono.

Fra gli effetti principali si riscontrano:

  • riduzione della pressione arteriosa e bradicardia, ovvero allentamento della frequenza cardiaca;
  • amenorrea, ovvero assenza del ciclo mestruale;
  • osteoporosi;
  • problemi ematologici, come anemia o leucopenia;
  • debolezza muscolare con riduzione della massa magra.
  • problemi a carico dei reni;
  • problemi gastrointestinali, come difficoltà digestive, stipsi o rallentato svuotamento gastrico;
  • crescita di peli (lanugo) su tutto il corpo;
  • disfunzioni ormonali come ipotiroidismo e ridotto funzionamento dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene;
  • disturbi mentali come ansia, depressione e tendenze suicide;
  • modificazioni della socialità e dell’emotività che si traducono in sbalzi d’umore, scoppi d’ira, isolamento e diminuzione del pensiero astratto o di concentrazione.

Molto spesso chi è affetto da anoressia manifesta anche episodi di bulimia, ovvero abbuffate ricorrenti caratterizzate dal consumo di grandi quantità di cibo a cui può seguire l’autoinduzione del vomito come comportamento compensatorio.

Terapie e cura dell’anoressia

A seconda della gravità del disturbo intervengono figure diverse dal singolo medico di base, quali uno psicoterapeuta, un nutrizionista e operatori sociosanitari specializzati.

Solitamente, se il quadro clinico del paziente lo permette, la terapia – psicologica e farmacologica – avviene a livello ambulatoriale, mentre se il BMI è inferiore a 15 e il soggetto presenta gravi problematiche e non è disposto a collaborare, si ricorre all’ospedalizzazione.

L’anoressia può assumere una caratterizzazione ciclica e tendere a ricomparire soggetti che ne hanno sofferto, nei momenti di maggiore stress: per tali ragioni è opportuno “non abbassare mai la guardia” e imparare a riconoscere i primi sintomi della malattia.

Come tutti i disturbi del comportamento alimentare (DCA) l’anoressia non si cura da soli: affidarsi a specialisti competenti e qualificati è l’unico modo per poter guarire e avere una vita sana.

Circondarsi di persone positive, che supportano il paziente nelle scelte giuste e non ignorano la problematica evitandola, rappresenta forse il fattore ambientale più importante, secondo solo alla consapevolezza di sé che il soggetto deve ritrovare, per poter finalmente riprendere in mano la propria esistenza.

Tilde

Fonti e siti per approfondire l’argomento:

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