Perché ci siamo inventati Babbo Natale?

Questa è la domanda che Claude Lévi-Strauss pone ai suoi lettori e a se stesso nel breve saggio intitolato Babbo Natale Giustiziato, edito in italiano da Sellerio Editore (ahimé ormai fuori stampa).

Tutto ebbe inizio da un evento di cronaca a dir poco singolare, che non potè non attirare l’attenzione dell’antropologo. La vigilia di Natale del 1951, sul sagrato della cattedrale di Digione, un fantoccio a forma di Babbo Natale fu prima impiccato e poi incendiato nientepopodimeno che dai prelati della città. In Francia, erano al tempo diverse le autorità religiose cristiane che sostenevano che Babbo Natale fosse un simbolo pagano, una figura che rischiava di compromettere i valori cristiani.

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Se ora però vi aspettate che vi dica che il saggio di Lévi-Strauss, uno degli antropologi più famosi di tutti i tempi, illustri le origini pagane del Natale e concluda con un’invettiva contro le autorità religiose… vi sbagliate! E ben due volte: innanzitutto Lévi-Strauss prende seriamente le parole e gli atti del vescovo. D’altronde, una carica religiosa di quel tipo non si mette a dar fuoco a fantocci senza ragioni. In secondo luogo, si conferma che il Natale non ha origini pagane, come invece negli ultimi anni si legge troppo spesso in giro, anche su testate on e offline piuttosto prestigiose.

Prima di tutto Lévi-Strauss ci fa notare che la logica delle autorità ecclesiastiche è – a pensarci bene – tutt’altro che insensata e barbara: Babbo Natale infatti è a tutti gli effetti un simbolo pagano… e sappiamo che la Chiesa ha un occhio piuttosto allenato a riguardo. Piuttosto, lo studioso propone un’analisi del comportamento della controparte laica e razionalista, di sindaci, intellettuali e altri attori sociali, che – in questa circostanza – criticano la Chiesa, ergendosi così a guardiani della superstizione. Perché i difensori della laicità francese inducono i bambini a credere a Babbo Natale, personaggio del tutto inventato? E perché noi tutti alimentiamo una bugia?

Ecco che Lévi-Strauss inizia una narrazione particolarmente densa della storia del Natale, mostrandoci che questa festività, così come qualsiasi altro fenomeno culturale, è in realtà un patchwork di riti e tradizioni più o meno antichi. Le decorazioni luminose per le strade, gli abeti addobbati, i biglietti per gli auguri e Babbo Natale vestito di scarlatto e con gli stivali sono apparentemente tradizioni statunitensi importate in Europa (nello specifico in Francia) ma, a ben vedere, la questione è un po’ più complessa di così.

Più che di usanze importate e assimilate, si tratta di ‘diffusioni per stimolo’: ovvero, usanze analoghe ad altre già presenti, che prendono piede nel contesto di arrivo; in questo caso, la Francia. L’uso del vischio è attestato fin dal Medioevo; abbiamo testimonianza dell’albero di Natale addobbato nei territori dell’odierna Germania nel XVII secolo; le renne, invece, nel Rinascimento inglese. Inoltre, diverse sono le figure che portano doni ai bambini durante il mese di dicembre: San Nicola, Santa Lucia, Santa Claus, Julebok. Quando Lévi-Strauss scrisse il saggio, la Danimarca aveva un ufficio postale in cui si ricevevano le lettere per Babbo Natale che, secondo la leggenda, sarebbe vissuto in Groenlandia (non in Lapponia, come invece succede da qualche decennio a questa parte).

Insomma, la versione contemporanea che conosciamo del Natale non inventa un bel niente, si limita a ricomporre disordinatamente riti e celebrazioni antiche. E in questo non vi è nulla di strano: gli antropologi ci sono abituati. Praticamente qualsiasi rito è il risultato di minestre riscaldate, allungate e modificate per secoli e secoli, a volte anche per millenni.

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Ma allora perché la figura di Babbo Natale è così discussa?

Babbo Natale è venerato dai bambini tramite lettere, desideri, preghiere. Ricompensa i buoni e punisce chi non si è comportato bene. Solo i bambini credono in lui, non gli adulti. Inoltre, Babbo Natale è vestito di scarlatto, come i re. È anziano, ma lo chiamiamo “babbo”: incarna l’aspetto benevolo dell’autorità. Eppure, non è un mito, poiché non esiste un racconto che espliciti la sua origine e le sue funzioni. È soprannaturale, immutabile, ciclicamente ritorna e ha sua funzione specifica… insomma, qualsiasi antropologo direbbe che siamo di fronte a una divinità. È però una divinità un po’ particolare, perché solo i bambini credono a lui.

Storicamente il Babbo Natale contemporaneo, le calze appese in casa e il suo amore per i camini rimandano a San Nicola o Nicolò, festa che è stata spostata e assimilata a quella di Natale. San Nicola fa resuscitare i bambini e li riempie di regali; Julebok, in Scandinavia, è un demone del mondo sotterraneo che porta doni ai bambini. Babbo Natale, così come anche altre figure simili a lui, riconducono ai saturnalia romani (attenzione! non il Natale, ma Babbo Natale). I saturnalia erano le feste romane delle larvae cioé, delle persone venute a mancare per morte violenta e lasciati senza sepoltura. Saturno, già Crono, divorava i propri figli: mangiava i bambini.

Ora, se il fil rouge di Lévi-Strauss non fosse chiaro, è normale. Tutta questa caterva di esempi servono all’antropologo per farci capire che – come spesso accade ogniqualvolta si analizzano riti importanti – il tema centrale è sempre… la morte! Eh sì, proprio lei. La signora di nero vestita è – ritualmente – sempre collegata a 1) sacrifici; 2) scambi fra mondo terreno ed extra-terreno (tramite cibo, fiori, preghiere, lacrime, pensieri).

Per convincerci, Lévi-Strauss ci fa tornare nel Medioevo, quando il Natale non era affatto come oggi; anzi, il Natale assomigliava molto di più a un’altra festività contemporanea… i bambini, in bande, bussavano alle porte, chiedendo frutta e dolci. Se qualcuno rifiutava le loro richieste, i bambini invocavano la morte. Dolcetto o scherzetto Medioevo edition™️.

Oggi, ad Halloween, i bambini si vestono da morti (fantasmi e altri spiriti) e chiedono dolciumi agli adulti; a Natale, gli adulti ricoprono di regali e dolci i bambini, accontentando le loro richieste. Per Lévi-Strauss non è un caso: il pastone storico di riti e festività tramandate da chissà quale epoca, anche oggi suggeriscono un collegamento fra l’inverno, l’assenza di luce e l’avvento delle ombre, la vita, la morte, lo scambio fra la dimensione terrena e quella extra-terrena degli spiriti. I bambini, secondo l’antropologo, hanno un ruolo fondamentale in questo scambio, poiché rappresenterebbero il mondo dei morti. I bambini equiparati alle anime dei defunti sono un topos particolarmente presente in molte culture del mondo. Lévi-Strauss, in particolare, si sofferma sul rito dei kachina che magari possiamo approfondire in un’altra occasione.

Lévi-Strauss suggerisce un movimento dialettico fra vivi e morti. Storicamente, in tutta Europa, fra l’autunno e l’inverno i morti ritornano nella dimensione dei vivi (almeno fin dall’epoca romana). Per evitare che perseguitino i vivi, cosa mai piacevole (Saturno mangia i suoi figli), i vivi negoziano uno scambio con i morti, offrendo loro dolciumi e regali (a chi non piacciono?). I morti, in questo modo, si placano… per poi tornare l’anno successivo. E, intanto, i vivi scongiurano per un altro anno la morte, o, almeno, ci provano.

L’antropologo, quindi, giunge alla conclusione che la Chiesa non ha tutti i torti a considerare Babbo Natale un culto pagano, aggiungendo però che in epoca romana, il re dei saturnali veniva sacrificato sull’altare di Saturno. Cosa ha fatto la Chiesa, quindi, nel tentativo di distruggere Babbo Natale? Beh, per assurdo, lo ha fatto rivivere, riproducendo un sacrificio rituale antico che, almeno nel 1951, sul sagrato della Chiesa di Digione, rivelò la sua perennità.

Non vi convince la tesi Lévi-Strauss? Beh, neanche a me del tutto, sarò sincera. Però devo ammettere che quando la notte di Santa Lucia preparo il bicchiere di latte e le carote per la Santa e il suo asinello, mi chiedo da quante generazioni quel rituale viene compiuto e quanti e quali significati ancestrali sono andati perdendosi, nel tempo e quali e quanti, invece, sono rimasti con noi e ancora ci accompagnano. E così, ricordo anche Lévi-Strauss, fra i Papà dell’antropologia.

Disegno originale di Federico Festival (https://www.instagram.com/cicciobuontempone/). 

Fonte:

Claude Lévi-Strauss Babbo Natale giustiziato, Palermo: Sellerio Editore 1995.

Carolina Boldoni è dottoranda (in dirittura d’arrivo) in Antropologia Culturale, in quanto grande amante di pisang goreng, le banane fritte in pastella tipiche dell’Indonesia. Vivere in posti che di solito la gente non conosce, come Timor Est e la Guinea Bissau, e il suo profilo IG (@carol.oide) sono fra le attività più rilevanti da lei svolte finora.

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