Musica nello spazio: perché lassù nessuno può sentirci?

Immaginate di trovarvi a fare autostop galattico insieme a Arthur Dent e Ford Prefect verso la stella Betelgeuse, riferimenti non del tutto casuali a “Guida galattica per autostoppisti”.

All’improvviso, mentre attraversate lo spazio profondo, da un punto non precisato si diffondono le note di “Also sprach Zarathustra” di Richard Strauss, suonata dal vivo da un’orchestra di alieni.

Può accadere tutto ciò?

Ovviamente, no.

Non mi riferisco solo all’opportunità di fare questo viaggio, ma alla possibilità di ascoltare musica fuori dall’atmosfera terrestre.

Tutto ciò non è possibile perché la musica è fatta di suoni – banale, vero? – o meglio onde sonore, cioè onde di pressione generate da un mezzo capace di vibrare, tipo una corda di chitarra, la pelle di un tamburo, l’ancia di un clarinetto o le nostre corde vocali.

Le onde si propagano in un mezzo trasmissivo.
Quindi, affinché noi possiamo percepire un suono, abbiamo bisogno di un corpo elastico capace di trasferire queste vibrazioni, “corpo” che può essere solido, liquido o gassoso. 

Sulla Terra il mezzo trasmissivo più gettonato è sicuramente l’aria, ma nello spazio le cose si complicano.

Per cui, la propagazione del suono non è influenzata dalla gravità, ma dipende dalla presenza di un mezzo, interposto tra chi o cosa produce il suono e le nostre orecchie.

Ma allora, come hanno fatto Cady Coleman e Ellen Ochoa a suonare il flauto sulla ISS o sullo Shuttle nelle loro rispettive missioni?

La risposta è semplice: anche sulla ISS la musica si “propaga” tramite l’aria, o meglio l’ossigeno, prodotto per elettrolisi dall’acqua attraverso l’OGS (Oxygen Generation System) incluso nel sistema di supporto vitale. 

Nella parte russa della stazione, collocato nel modulo di servizio Zvezda, troviamo l’elektron, che fa esattamente la stessa cosa: sottopone ad elettrolisi l’umidità condensata e le acque di scarico, per ottenere idrogeno ed ossigeno.

Inoltre, l’ossigeno può essere spedito, pressurizzato, dalla Terra o può essere pure “prodotto”, in un altro articolo vedremo come.

Cady Coleman sulla ISS, Expediton 27
[Credit: NASA]
Ellen Ochoa sullo Shuttle Discovery, durante la missione STS-56, nel 1993
[Credit: NASA]

Si sa, la musica è un linguaggio universale, così come la matematica, e qui sulla Terra ha da sempre unito le persone e i popoli; chissà che non consenta di avvicinare noi con gli ipotetici ascoltatori di Gliese 273b, un pianeta extrasolare che orbita in una “zona abitabile” attorno ad una nana rossa, ad appena 12,5 anni luce dal sistema solare. 

Verso questo pianeta, infatti, i ricercatori del METI hanno inviato un “messaggio musicale” codificando un codice binario tramite due frequenze che si alternano.

Ora, per avere una risposta dovremo aspettare circa 25 anni: possiamo ingannare l’attesa con l’ascolto di musica “a tema”, tipo Contact dei Daft Punk, Man on the Moon dei R.E.M., No time no space di Franco Battiato, Eclipse dei Pink Floyd, ma soprattutto Is there life on Mars? o Space Oddity di David Bowie, quest’ultima anche nella versione di Chris Hadfield, da ascoltare a ripetizione come sulla Tesla lanciata nello spazio dal Falcon Heavy!

Chris Hadfield suona “Space Oddity” sulla ISS, Expedition 35
[Credit: NASA]

Fun fact: la Coleman conosce molto bene Paolo Nespoli, perché entrambi erano sulla ISS nelle spedizioni 26 e 27.

Gianluigi De Simone 
Ingegnere meccanico ma un po’ gestionale, laureato al politecnico di Bari, attualmente vive e lavora a Torino. 
Appassionato di scienza e tecnologia, lover of Ireland, divoratore di libri e serie TV. 
“Ho smesso di discutere con la gente ‘informata’, quindi scrivo!”

Fonti e approfondimenti:
– Gianni Desidery “Vademecum della teoria musicale”;
– la pagina Wikipedia riguardo la musica nello spazio;
articolo de “Il Post” riguardo Cady Coleman;
articolo de “Il Post” riguardo al messaggio sonoro “per gli alieni”;
video Youtube riguardo alla musica nello spazio.

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