La sindrome dell’impostore: quando il maggior accusatore di te stesso sei proprio tu

Essere sicuri di sé e “sapersi vendere” sono diventati fattori essenziali per poter accedere al mondo del lavoro, forse più dell’essere qualificati per il lavoro stesso.

Risultare sicuri ad un colloquio di lavoro è forse proprio la prima regola da seguire per poterlo ottenere. Come dicono gli Inglesi blow your own trumpet, o, a modo nostro, canta le tue lodi. Risultare sicuri, però, non significa necessariamente sentirsi adeguati.

Infatti, un fenomeno molto comune, soprattutto tra professionisti di successo, è la sindrome dell’impostore. Vale a dire, quella sensazione per la quale ci si sente inadeguati a ricoprire il ruolo conseguito, ci si sente degli imbroglioni e spesso si vive nell’ansia di “essere scoperti”.

Per chi ne soffre, non è importante quanti siano i successi o i traguardi raggiunti. L’impostore penserà sempre che sia stata fortuna, o solo il frutto di intenso lavoro, ma mai bravura. L’impostore penserà di non meritare quel posto o di non essere in grado di svolgere il compito assegnato e non crederà ai complimenti ricevuti.

Nel 1978 Dr. Clance e il Dr. Imes pubblicarono il primo lavoro sull’impostor phenomenon (poi diventato impostor syndrome), in cui raccoglievano le testimonianze di 150 donne in posizioni di successo che si sentivano non all’altezza dei lavori svolti, indipendentemente da tutti i traguardi che riuscivano a raggiungere (lauree, lavori importanti) e da tutti gli incarichi portati a termine.

Negli anni, numerosi studi hanno dimostrato come il fenomeno sia molto diffuso – anche se non molto conosciuto – e come sia legato ad aspetti sociali quali aspettative familiari, genitori troppo protettivi ma anche etnia, classe sociale, senso di colpa e paura di avere successo. 

In alcuni casi l’ansia diventa paralizzante.

La sindrome dell’impostore è un aspetto molto comune della vita di uno scienziato e di un accademico in generale, spesso anche durante gli studi: essere circondati da menti brillanti e non sentirsi alla pari, confrontare i propri successi con quelli altrui, non apprezzare i propri traguardi.

Chi scrive ne ha sofferto durante gli studi ed anche durante il dottorato. Quante volte mi sono chiesta se fosse giusto esser lì a occupare il ruolo di qualcuno che magari lo avrebbe meritato di più di me. Tante volte ho pensato di non sapere abbastanza sull’argomento o di non avere abbastanza pazienza per fare il chimico. Eppure, un passo alla volta, il dottorato è finito e il traguardo è stato raggiunto.

Di nuovo, la sensazione che non lo meritassi non è sparita, ma scoprire dell’esistenza della sindrome dell’impostore, capirla e sapere di non essere l’unica ha cambiato tutto. Ho imparato a riconoscere i segnali e i “freni” che essa mi “impone”; allo stesso tempo ho imparato ad accettarli forzandoli un po’.

Più di tutto, scoprire che dietro al mio supervisor di dottorato e agli altri accademici ci fossero esseri umani – spesso anche loro preda dell’insicurezza – mi ha fatto sentire meno sola in questa lotta personale. Pertanto, credo nell’importanza di condividere e raccontare le mie esperienze, perché sapere che, alla fine, “è tutto solo nella mia testa”, è davvero un grande aiuto.

Rosaria Cercola

Fonti:

  • interessante articolo riguardante la sindrome dell’impostore nelle donne in carriera;
  • pagina Wikipedia a riguardo.

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