La nostalgia come fonte di emozioni

Vi sarete accorti tutti, da solerti utenti social, appassionati di cinema o amanti del Winner Taco, che da diversi anni a questa parte e per diverse ragioni, è stata promossa una marcata tendenza al richiamo al passato, che ha ispirato iniziative e progetti di vario genere.

Non sto parlando delle leggi della moda e mi auguro che a nessuno venga più in mente di indossare jeans a zampa d’elefante o le “Buffalo”: quel mondo segue altre regole.

In realtà, sicuramente sotto una decisiva spinta derivante da indagini di mercato, in differenti situazioni si è venuto a creare un attento richiamo a prodotti legati ai “bei tempi passati”, ad anni più floridi, simbolo di quella semplicità che, probabilmente, un pianeta interconnesso, insieme alle nostre viziose abitudini, ha contribuito a cancellare.

Pulmino Volkswagen T2, un’icona mondiale dei richiami nostalgici.
Ormai diventato un brand, è prevista l’uscita di una versione elettrica nel 2022 [Pexels]

Perché si fa leva sui “richiami al passato”? Cosa può accomunare una petizione per richiedere la reintroduzione di un gelato sul mercato dopo anni, il successo di pubblico non proprio adolescente ai concerti di Cristina D’Avena e i milioni di dollari al botteghino incassati dall’ultimo film della saga di “Rocky”? 

Sono un rimando a ricordi felici.

Nostalgia è una parola di origine greca, composta da due termini che significano ”ritorno ” e “dolore”, etimologia che lascia intendere un’accezione negativa di questo sentimento. 

In realtà una definizione più approfondita la descrive sì come una sensazione di tristezza derivata dalla mancanza di persone, situazioni o eventi passati e lontani, ma unita anche alla felicità di un ricordo bello, vivo, rassicurante e “nostro”.

La nostalgia ci mette a nudo, accomuna le persone che la provano, soprattutto quando richiama a periodi che sono stati più semplici e piacevoli per diversi motivi, come gli anni vissuti da bambini, in cui tutto era un gioco e non si doveva pensare a nulla, oppure più sereni perché dovuti ad una situazione economica rassicurante, in cui era più facile fare progetti e il futuro non era una preoccupazione. 
Può anche riferirsi a momenti da poco vissuti, come un’estate appena trascorsa, che porta ad una malinconia più lieve, consolata dal pensiero che la stagione bella ritornerà, o più lontani, come i “mitici anni ‘90”, che troviamo citati da diverse hit musicali di successo.

La particolarità e la forza di questa sensazione risiede nel fatto che in qualche modo crea un distacco dalla realtà e porta le nostre sensazioni ad un livello più “alto”, più maturo, perché di riflesso cresce la nostra sensibilità.

Lo scorso Luglio sono stato allo stadio “Dino Manuzzi” di Cesena per assistere ad una partita amichevole che ha visto protagonisti ex calciatori delle massime serie italiana e spagnola, organizzato da una pagina Facebook che si chiama – rullo di tamburi – “Operazione Nostalgia”. 
Lo stadio era quasi pieno nonostante il caldo e l’alta stagione; gli spettatori esibivano vecchie magliette (degli anni ‘90, per lo più) di varie squadre con nomi altisonanti – ho perso il conto dei “Del Piero”, “Nakata”, “Batistuta” – oppure meno noti e, proprio per questo, capaci di suscitare simpatia per l‘originalità. Tanti colori e tante bandiere, tutti uniti da uno stesso stato d’animo, che contrastava qualsiasi altra emozione: il bel ricordo del calcio di una volta, che era sicuramente diverso da quello attuale.

La condivisione del sentimento nostalgico è stata qualcosa di unico, tanto che, nonostante le fedi calcistiche palesemente diverse, non si sono sentiti insulti tra tifoserie. Situazione difficile da vedere in uno stadio.
Quando invece si lega alle proprie radici e alla propria identità, questa sensazione si fa non a caso ancora più intensa, anche se non rimanda necessariamente a tempi più sereni. 

Quello che è successo già pochi anni dopo la caduta del Muro di Berlino nella ex Repubblica Democratica Tedesca, la parte orientale della Germania controllata di fatto dai Sovietici, racchiude con precisione questo concetto. 
Nonostante la Stasi (organo di sicurezza e spionaggio della Germania Est) e le evidenti limitazioni alla libertà, tanti cittadini che prima vivevano nella RDT (o DDR, in tedesco), una volta catapultati in una società capitalista a loro sconosciuta e che ha modificato troppo repentinamente il loro stile di vita, si sono sentiti alienati, quasi confusi e, stando alle interviste rilasciate e raccolte nel corso degli anni, si dichiaravano “infelici”, traditi dalle promesse di un progresso che nella realtà dei fatti aveva deluso le attese.

La scomparsa della RDT portò a sviluppare nei suoi ex abitanti questo sentimento riconosciuto ufficialmente col termine di “Ostalgie” (sincrasi delle parole tedesche “Osten”, che significa est e “Nostalgie”, la cui traduzione invece ve la lascio come compito a casa), che tutt’ora viene vissuto e di cui esistono una ricca letteratura e filmografia: vi consiglio a quest’ultimo proposito “Goodbye, Lenin!”, film del 2003 diretto da Wolfgang Becker.

La nostalgia è quindi un sentimento che caratterizza profondamente la psicologia umana. Probabilmente perché ricordare il passato e fare tesoro dei momenti felici e delle situazioni che ci hanno fatto stare bene è fondamentale per aiutare a rispondere a tutte le domande che ci poniamo sulla nostra identità: “Chi sono io? Che cosa voglio?”.

Ho notato che tendiamo sempre a cercare le risposte con il riflesso di esplorare e guardare la strada davanti a noi, andando letteralmente alla ricerca di noi stessi e ponendo più attenzione a quello che saremo “da grandi”: ma per trovarle, forse, è necessario dare un’occhiata prima alle nostre radici, a quel nostro vissuto che ci ha portato ad essere le donne e gli uomini che siamo.

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Davide Ghisi
Laurea triennale in Scienze della Comunicazione, Tecniche di Laboratorio biomedico e laurea magistrale in Biotecnologie Mediche. Percorso di studi contorto, persona semplice. Mi appassiona tutto ciò che siamo e che facciamo.

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