La fillòssera della vite – I parte

Sto per raccontarvi una storia lunga e particolarmente intricata, che ha coinvolto due continenti verso la metà del XIX secolo e che ha cambiato per sempre il modo di fare viticoltura in Europa.

La storia parte da un insetto che ha fatto letteralmente impazzire tutti, a cominciare dall’attribuzione del nome scientifico, riportato in tante varianti anche nei documenti ufficiali.

La fillossera della vite – Daktulosphaira vitifoliae, primo nome con cui è stata registrata nel 1856, nella prima figura – è un insetto appartenente alla superfamiglia Aphidoidea. Come gran parte delle afìdi, è associata a delle specie vegetali, di cui la più nota è proprio quella della vite.
Tutto comincia nella seconda metà dell’800, quando nei vigneti francesi iniziò a manifestarsi una strana malattia mai osservata prima. Ci impiegarono poco a scoprire la causa ma, come vedremo, molto per capire come debellarla.

Immagine di una fillòssera della vite
[da agraria.org]

Prima di procedere è necessario chiarire due termini tecnici importanti: si parla di  talea per indicare una porzione di pianta, un piccolo ramo, che può originare delle radici e diventare poi quella che in gergo si definisce barbatella, che è invece l’innesto maturo e pronto per essere sotterrato e dare origine alla vite.

Anni prima era avvenuta l’introduzione di talee americane in territorio europeo, in quanto la pianta che cresceva era più resistente all’oidio, una malattia causata da un fungo. Tuttavia, l’importazione di nuove barbatelle portò anche all’introduzione di questo insetto, in grado di combinare disastri ben peggiori.

l problemi principali da affrontare erano di due tipi. Il primo, era la scarsa conoscenza del ciclo biologico dell’insetto all’interno della pianta, molto complesso per la verità, per cui ci vollero 5 anni per comprenderlo.

Il secondo, era che questa infestazione risultava più pericolosa per le viti europee rispetto a quelle americane.

Nelle prime, infatti, le galle – escrescenze delle piante dovute ad infestazioni da parte di funghi, batteri, insetti o acari, nella seconda figura – si sviluppano per lo più nelle radici, e molto meno nelle foglie, per cui è molto più difficile sia vederle che capire l’avanzamento della colonizzazione da fillossera.

Il contrario accade con le viti americane, dove le radici non vengono intaccate ma le galle sono numerose e visibili sulle foglie.

Galle presenti su una foglia di vite
[da terraevita.edagricole.it]

Come capirete, un’infestazione delle foglie causa problemi minimi; ma se ciò avviene alla radice, dove la Fillòssera nel corso dei suoi cicli vitali si moltiplica in maniera vertiginosa e passa la maggior parte del suo tempo, le cose si complicano parecchio.

Una miriade di piccoli insetti inizia lentamente a rosicchiare le radici, nutrendosi della linfa al loro interno e causando lesioni che ne compromettono la funzionalità.
Inoltre, questa condizione porta ad una carenza di acqua e sostanze nutritive alla pianta, che si indebolisce e diventa maggiormente vulnerabile ad altri agenti patogeni.

Ebbene, tornando alla nostra storia, il disastro partì da alcune zone nei pressi del Rodano, Bordeaux e Cognac, per poi propagarsi in tutta Europa e portare alla distruzione delle viti nel giro di 4 anni. Per molto tempo non si riuscì a risolvere la situazione, ed ogni nuovo innesto impiantato, anche in terreni trattati in modo particolare, non scongiurava mai del tutto il ritorno di questo fastidioso problema.

Ma il vino, specie in Francia, è una questione molto seria. E una risposta più decisa non tardó ad arrivare.

Dapprima si tentò di arginare l’infestazione utilizzando più acqua, per sommergere le piante e soffocare le galle presenti sulle foglie. Ma si trattava ovviamente di un grosso spreco, che non risolveva il problema e soprattutto era inefficace a livello di radici.

Si utilizzarono anche sabbia e solfuro di carbonio per impedire la crescita degli insetti, ma questo rendeva meno fertile il terreno, se non addirittura “avvelenato”.

L’intuizione arrivò pochi anni dopo le prime infestazioni, e si tratta ancora oggi di uno dei maggiori esempi di lotta biologica portata avanti con successo dall’uomo.

La soluzione era piuttosto complessa da mettere in pratica: si trattava di utilizzare dei portainnesti americani, resistenti alle larve di fillòssera, tagliarli per una lunghezza di circa 30 cm, e nel punto di sutura agganciare i tralci di vite europea ed applicarvi della paraffina come protezione.

Questa pianta ibrida viene tenuta per circa due settimane a 30 °C circa, con umidità del 95%. Tali condizioni, favoriscono la cicatrizzazione del punto di innesto e la crescita dei germogli.

Naturalmente con il passare degli anni queste operazioni, a cui ne seguono diverse altre prima dell’immissione in commercio, hanno subìto una serie di miglioramenti fino ad una vera e propria standardizzazione del processo.

Si è così giunti ad una soluzione ecologica del problema, che bisogna tenere costantemente monitorata, perché il problema può ripresentarsi.

Quello che conta, è che si è trattato di un enorme successo, possibile grazie a studi che hanno coinvolto i coltivatori di tutto il mondo e che, dopo secoli, hanno cambiato per sempre il modo di fare viticoltura.

Davide Ghisi
Laurea triennale in Scienze della Comunicazione, Tecniche di Laboratorio biomedico e laurea magistrale in Biotecnologie Mediche. Percorso di studi contorto, persona semplice. Mi appassiona tutto ciò che siamo e che facciamo.

Fonti

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