La chimica della settima arte 2.0 – ovvero la pellicola di Ghostbuster
[da Pikist]

Nello scorso articolo abbiamo visto come i nostri eroi chimici abbiano trovato la soluzione per non provocare un incendio a ogni proiezione cinematografica. 

Ebbene… Quale altro mistero si nasconde dietro il cinema?
UN FANTASMA

Parliamo oggi della cosiddetta immagine latente e di cosa permetta alle pellicole di “imprigionare” queste immagini!

La magia avviene negli strati applicati sopra il supporto plastico della pellicola: i nastri infatti vengono ricoperti da uno o più strati di una dispersione di gelatina – sì, proprio come quella di cui sono fatti gli orsetti gommosi!! – in cui sono sospesi microscopici cristalli di alogenuri di argento, principalmente cloruro (AgCl) e bromuro di argento (AgBr). 

La gelatina è un polimero composto da una miscela di proteine derivate dal collagene animale, che ha l’interessante proprietà di essere liquida quando riscaldata e assumere una consistenza solida una volta raffreddata.

Nel nostro caso la gelatina svolge diversi ruoli: permette la dispersione dei cristalli fotosensibili in maniera uniforme, funge da strato protettivo e stabilizzante e infine, essendo un polimero permeabile, permette il passaggio degli agenti necessari per lo sviluppo delle immagini. 

Gli alogenuri di argento invece sono il cuore fotosensibile di questo complesso meccanismo. Ma che significa?

Prendiamo come esempio un cristallo di bromuro di argento.
Quando fotografiamo/riprendiamo un oggetto, la luce riflessa da esso viene catturata dalla macchina e va a esporre la pellicola.

In pratica i cristalli di bromuro di argento sono letteralmente colpiti da fotoni e, dopo questo urto, l’energia posseduta dai fotoni incidenti causa la formazione di un atomo di bromo:

Ag+Br(cristallo)+hv → Ag++Br+e

L’elettrone ad alta energia generato riduce lo ione argento per formare argento metallico

Ag++e → Ag0

Ed è qui che esce fuori il Ghostbuster nella nostra pellicola!

All’interno del cristallo d’alogenuro si vanno a formare dei piccoli aggregati di argento (ma piccoli davvero! per ogni fotone vengono ridotti più o meno quattro ioni), il cui numero è proporzionale alla quantità di luce che ha colpito il cristallo. Queste modifiche apportate dalla luce alla struttura dei cristalli formano una immagine non visibile a occhio nudo, detta appunto immagine latente

Una volta catturata “l’immagine fantasma”, per renderla visibile è necessario sviluppare la pellicola.

Il primo step è il bagno di sviluppo: l’agente chimico (che in genere è un composto aromatico sostituito, ad esempio l’idrochinone riportato nella reazione sottostante) riduce preferenzialmente i cristalli esposti ad argento metallico. Il risultato è la rivelazione dell’immagine latente, che apparirà come una macchia scura sulla pellicola.

[per gentile concessione dell’autrice]

A questo punto, dopo aver eliminato l’agente di sviluppo e bloccato la sua azione, si passa al fissaggio!
Lo scopo di questo step è rendere l’immagine e la pellicola stabili alla luce, eliminando i cristalli fotosensibili non sviluppati, ovvero quelli che non fanno parte dell’immagine latente.

Per fissare la pellicola si utilizza una soluzione di tiosolfato di sodio, il quale forma con Ag+ un complesso solubile che viene allontanato con dei lavaggi:

Ag+Br(cristallo)+2 S2O32- → (Ag(S2O3)2)3-+Br

Ciò che resta quindi sulla pellicola sono delle zone scure dovute alla presenza dell’argento metallico e delle zone trasparenti dove dalla gelatina sono stati rimossi i cristalli di alogenuro.

[di Marianna Caserta, DensityDesign Research Lab da Wikipedia]
CC BY-SA 4.0

È pronto così il negativo… Ma non il nostro film! 

Per poterlo proiettare è necessario trasformare le immagini negative in positive.
Questo passaggio è semplicemente la ripetizione di tutti i passaggi precedenti, ma l’immagine latente che verrà creata sarà in questo caso inversa a quella del negativo.
La pellicola positiva così ottenuta dovrà essere a sua volta sviluppata e sarà quindi pronta per la proiezione.

E tutta questa fatica per un film in bianco e nero… Se siete curiosi, dei colori parleremo la prossima volta!

Silvia Marchese
Laureata in Scienze Chimiche alla Federico II di Napoli, con una tesi sulla sintesi e l’applicazione di materiali bio-ispirati, gattofila e curiosa per natura. Nel tempo libero amo passeggiare in montagna e andare al cinema.

Fonti:

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