#GoodbyeMalinconia: quattro chiacchiere con Vincenzo

Ciao Vincenzo, grazie di aver accettato di rispondere alle nostre domande.


Puoi iniziare raccontandoci un po’ di te?

Mi chiamo Vincenzo Chianese, ho 31 anni e lavoro nel campo dell’informatica da oramai un decennio. Dopo una deludente esperienza in Italia per diverse realtà piccole e grandi, nel 2014, terminati gli studi musicali, ho lasciato il paese e da allora non sono più tornato. Ho lavorato per quasi 3 anni a Praga, – durante i quali ho terminato la mia laurea in Ingegneria Informatica a Napoli, volando ogni volta che avessi un esame – e quasi altrettanto a Madrid – durante i quali Auth0, Google e Microsoft mi hanno premiato per i miei contributi di ricerca nel campo – fino a quando il mio attuale datore di lavoro (Stoplight) mi ha proposto di trasferirmi negli Stati Uniti, dove attualmente risiedo.

Come è nata questa passione per l’IT?

È stato fondamentalmente merito di mio padre. Nel lontano 1993 si era già reso conto che l’informatica stava per stravolgere il mondo del design (il suo campo) e decise quindi di fare il titanico investimento di 4.5 milioni di lire per comprare un computer. Da quel momento in poi dopo la scuola ero sempre al suo fianco ad osservare. Da osservare, ho cominciato a toccare a casaccio. Poi ho cominciato a capire dove toccare… E il resto potete immaginarlo da soli.

Qual è la parte che preferisci del tuo lavoro?

Lavoro in una nicchia veramente particolare e “stretta” dell’informatica, dove i talenti si contano sulle dita. Facciamo strumenti per sviluppatori software molto particolari, per cui le sfide che abbiamo e i livelli di qualità che ci vengono imposti dai nostri utenti/clienti sono molto molto alti. Inoltre, lavorando così in alto nella catena, è molto affascinante vedere come un piccolo cambiamento dal lato nostro si propaga fino all’utente finale con risultati giganteschi. Praticamente una materializzazione di un battito di farfalla che provoca un uragano dall’altra parte del mondo.

Hai partecipato a numerose conferenze internazionali, ci vuoi raccontare un aneddoto che ti è rimasto impresso?

Sì. L’insegnamento mi è sempre piaciuto, e ancora oggi spero che un giorno possa arrivare ad avere una sorta di cattedra in qualche modo. Ad oggi conto circa 50 interventi, che non sono altro che “sunti” delle mie ricerche – prevalentemente personali, ma non solo.
Aneddoti assurdi ne ho diversi. Alcuni divertenti, altri no. Quelli che mi vengono in mente:
– Roma, 2019. Sono riuscito a dimenticarmi il computer in albergo, ritrovandomi a disegnare le slides in forma cartacea e digitalizzandole all’ultimo momento.

Come questa qui!
[per gentile concessione di Vincenzo Chianese]

– Londra, 2019. Sono andato in aeroporto con un giorno di ritardo per un aereo, complici orari notturni che mi hanno confuso;
– Praga, 2016 e Parigi 2019. Ho tenuto le presentazioni con la febbre; una volta letteralmente mi tenevo insieme con lo spago cercando di non vomitare.
– Londra, 2017. Causa un esame universitario spostato all’ultimo momento, sono andato a Londra per meno di 20 ore per tenere una presentazione e poi tornare subito a casa per fare l’esame il giorno dopo. Ovviamente tutto il tempo nell’aereo l’ho passato coi libri in mano.
– Sidney/New York 2017. A causa di una casualità di eventi veramente ai limiti dell’assurdo, mi sono ritrovato a fare in meno di 10 giorni il giro del pianeta. Nel 2017, dopo l’acquisizione della nostra azienda da parte di Oracle, vengo inviato a Sydney, con rientro a Napoli per un esame universitario – controlli automatici. All’ultimo momento il VicePresident della divisione middleware di Oracle (Amit Zavery) mi dice che devo parlare subito dopo il suo keynote e mi catapultano con la massima urgenza da Roma a New York 2 giorni dopo che ero tornato dall’Australia e aver fatto l’esame, con successo. Sono stato male per una settimana! 
– Seattle, 2018. L’aereo che da Charlotte mi deve portare a Seattle ha un guasto al motore destro perdendo vistosamente carburante. Panico totale in cabina. Atterraggio di emergenza a Boise – minuscola città dell’Idaho – dove non ci sono nemmeno gli strumenti per riparare l’aereo. Rimasti chiusi per circa 15 ore.

In che Paese hai vissuto e lavorato meglio?

Sono da poco in America, quindi non posso ancora parlare a riguardo. Pur essendo stato per lavoro qui numerose volte, è la prima volta che mi ci stabilisco e la pandemia non mi ha fatto ancora esplorare molto.
Parlando del passato, la Spagna è il sicuramente il Paese in cui ho avuto la miglior qualità della vita. Sia per le persone che le esperienze, il clima e come la gente vive la vita quotidiana. Il cuore l’ho lasciato a Praga. Gli anni in cui sono stato lì sono stati incredibili sia dal punto di vista lavorativo (ancora oggi penso sia stata la miglior esperienza) che del mio lavoro “laterale” come parte di una organizzazione Erasmus locale. Una combinazione di cose che non si ripeterà mai; ad oggi quando torno a Praga mi sembra diversa, e quasi mi annoia. La stessa motivazione che mi portò a lasciarla nel 2017 poco dopo la vendita della nostra azienda ad Oracle.

Ho letto la tua intervista con il fatto quotidiano, e capisco che non hai amato lavorare in Italia nel tuo ambito. Cosa cambieresti di quelle esperienze?

Tutto. Volendo trovare il lato positivo delle cose, mi ha insegnato davvero come NON si lavora. Come ho sempre detto in giro, in Italia si fa carpenteria informatica, l’ingegneria (almeno in informatica) non è cosa per noi.
Il mio più grande rammarico è stato ascoltare i miei genitori e credere che avrei trovato un’occupazione in Italia che alla fine mi avrebbe soddisfatto, lasciando il paese relativamente tardi (24 anni) e rifiutando 2 offerte in Inghilterra (LionHead e Reflections) nel frattempo. Potessi tornare indietro, a 18 anni sarei già andato via.

Pensi mai di tornare e mettere su una Startup o comunque usare le competenze acquisite negli anni in qualche modo?

Ad oggi non punto a tornare in Italia.
È un paese che mi sta stretto, e non voglio mai più provare la sensazione di avere la testa in fermento e le mani legate. Per quanto abbia sempre avuto questo progetto a lungo termine di aprire una mia attività – non dico startup perché è sulla bocca di tutti e la gente non sa nemmeno la sua definizione precisa – ad oggi non penso che si realizzerà. Non penso di avere la stoffa dell’imprenditore; ad oggi mi identifico ancora come un tecnico molto specializzato. Le cose comunque cambiano e se avessi un’idea e soprattutto un buon partner capace di colmare le mie (numerosissime) lacune, son sempre aperto a cambiare idea.

Vincenzo durante uno dei suoi talk
[per gentile concessione di Vincenzo Chianese]

Rosaria Cercola

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