#GoodBye Malinconia: Dario, un Ingegnere informatico e la ricerca del lavoro dei sogni

Ciao Dario, grazie di aver accettato di partecipare a questa intervista. Ti va di raccontarci un po’ di te?

Sono un software engineer specializzato su realtà virtuale e realtà aumentata. Ho studiato ingegneria informatica alla Federico II di Napoli e in seguito computer grafica come specialistica al Politecnico di Torino. Ho portato avanti la tesi magistrale a Stoccolma sulla realtà virtuale, ambito in cui volevo specializzarmi. Un percorso molto lungo mi ha portato a lavorare in un’azienda francese e successivamente all’indipendenza lavorativa, con l’apertura di una partita iva qui in Francia e…

Aspetta, puoi approfondire su questo percorso tortuoso di cui parlavi?

Dopo la laurea, ho iniziato a cercare lavoro con un po’ di ritardo, e, in seguito a numerose pressioni anche sociali, ho scelto una grande azienda di consulenza in cui ho lavorato un anno. Poco dopo, ho trovato una piccola azienda torinese di virtual reality e mi ci sono buttato a capofitto, ma mi sono reso conto che l’innovazione in Italia non viene ancora incentivata, poiché non porta a profitti immediati. Questo significa che non viene fatto neanche lavoro su di te e sulla tua formazione. Nel frattempo avevo scartato la possibilità di fare un dottorato, poiché avevo idealizzato il “mondo del lavoro” e credevo potesse aiutarmi a crescere e specializzarmi più velocemente rispetto a una continuazione degli studi. Sul mondo del lavoro mi sbagliavo. Almeno qui in Italia.

E in Francia invece?

Sono quindi partito alla volta della Francia (Costa Azzurra), dove lavoravo al software di un’azienda (medio-grande) che si occupa di simulazioni fisiche. L’ambiente lavorativo era molto diverso da ciò che ho visto in Italia. L’azienda in cui lavoravo ha premuto fin dall’inizio sulla mia responsabilizzazione, sull’assegnazione di compiti e ruoli ben precisi, a differenza di ciò che accadeva in Italia dove si lavorava più sulle scadenze. Questo significa che, sebbene ugualmente regolamentato, non è imposta una presenza 9-18 in ufficio e si lavora in maniera più rilassata.

L’equilibrio vita-lavoro era molto più propendente alla vita. Si lavorava intorno alle sei ore, con una maggiore organizzazione ed un più paritario rapporto azienda-dipendente, fornendo anche un maggiore numero di benefit (palestra, assicurazione sanitaria etc.). L’azienda era anche molto interessata al giudizio dei dipendenti stessi, si fissavano riunioni periodiche apposite, soprattutto quando è mirato al miglioramento della produttività. 

Questa esperienza è stata molto positiva, ma comunque non riuscivo a concentrarmi poiché sapevo che stavo lavorando per qualcun altro su cose che non erano specifiche per ciò che volevo fare.

In Italia hai le mani legate come diceva Vincenzo qualche intervista fa?

Per quello che ho vissuto io, mi sembra che in Italia sia così difficile fare impresa e profitto, che quei pochi che ci riescono sono ancorati a certi sistemi e raramente promuovono l’innovazione. Quella che c’è in Italia è dovuta a certi pochi soggetti che lo fanno veramente per passione e raramente per profitto. È come se qui fosse chiesto un vero e proprio sacrificio, ma nessuno lo fa un sacrificio per l’Italia, perché è tutto troppo complicato e difficilmente si viene riconosciuti per puro merito, per la suddetta difficoltà a riconoscere e investire sulla vera innovazione.

L’immissione nel mondo del lavoro è stata difficile?

Non particolarmente, non nello specifico. Ma, durante il mio percorso di studi, ho notato l’assenza completa di un accenno al mondo nel lavoro, sia a scuola che poi all’università. Banalmente, anche le cosiddette soft skills, tanto care ai datori di lavoro, vengono raramente coltivate. Benché il compito della scuola non sia necessariamente l’immissione al mondo del lavoro, sarebbe forse utile che aiutasse ad indirizzare la scelta (o meno) dell’università sulla base dei lavori che saranno richiesti da lì a 3-5 anni. Nell’università stessa, raramente c’è la possibilità di acquisire competenze diverse da quelle del corso di studi, poiché essa è spesso vista come un tunnel da percorrere alla cui fine, dopo la laurea, ci sarà il lavoro ad attenderci. Non credo sia così semplice. Bisognerebbe rifletterci prima, durante tutto il percorso di studi. E in Italia, da quanto ho visto io, aziende e università non si parlano poi così bene. 

Perché hai scelto la libera professione?

Come ti dicevo prima, è stata principalmente la volontà di lavorare a qualcosa di mio. Mi sono accorto che quello che vorrei fare ancora non è diffuso e non ho trovato aziende che ci lavorano. 

Allo stesso tempo, il lavoro freelance (con la partita iva per intenderci) nel mio campo può fruttare molto e mi consente di scegliere di lavorare ad un progetto che mi interessa, così come declinare uno di cui non m’importa. A lungo termine mi piacerebbe avere una mia agenzia o una piccola azienda che si occupi di realtà virtuale, questo significa che ho bisogno di studiare ed imparare tante cose nel frattempo. Ma questo lo puoi fare quando il tuo lavoro è flessibile e ti consente di decidere quando lavorare e su quali progetti lavorare dandoti, allo stesso tempo, una certa sicurezza economica.

Come sta andando?

Devo dire che il primo periodo è stato pieno di ripensamenti. Mi dicevo che avrei dovuto trovare un altro lavoro, più affine, e ripartire da lì. Avevo paura. In realtà però, erano già passati due anni da quando avevo iniziato a fare networking con altre persone che lavoravano su questo tipo di progetti (puramente per passione). Ci è voluto poco per partire con il primo progetto, che mi è stato proposto da un conoscente una volta saputo che avevo compiuto il salto.

Non consiglierei però questo approccio senza le dovute considerazioni. Nel mio caso, mettevo già da parte soldi da un po’: non riuscivo a perdermi in frivolezze nell’ultimo periodo, tornavo a casa e ripensavo alla mia situazione, leggevo online e rimuginavo. Contando che in Francia ricevevo uno stipendio quasi doppio al netto, in pochi mesi avevo messo da parte un bel po’. Inoltre, ho ricevuto parecchi incentivi ad avviare la mia attività ed ero ragionevolmente sicuro che, nella peggiore delle ipotesi, avrei potuto riprendere lo stesso lavoro o trovarne un altro.

Dopo i primi 2-3 mesi di confusione (lockdown annesso), ho iniziato a focalizzarmi sul mio lavoro e intraprendere corsi specifici di formazione. Tempo un altro mese e sono partito col mio primo progetto. E da lì ho acquistato più sicurezza e respirato a pieni polmoni cosa volesse dire la flessibilità completa (con vantaggi e svantaggi).

Pensi mai di tornare in Italia?

Forse si, per viverci. L’italia stessa offre incentivi a chi “rientra” dopo almeno due anni (in barba a chi invece ha deciso di restare) sotto determinate condizioni. Ma non sono certo che vi lavorerei di nuovo. Sto anzi cercando di estendere la mia clientela all’europa. Detto questo, si pagano le tasse dove si vive: se decidessi di lavorare per l’estero dall’Italia, è qui che pagherei le tasse e potrei trasferire il mio know-how a progetti o persone di talento di mia scelta. Non è stando chiusi in Italia che si può portare l’eccellenza in Italia.

C’è da dire che però per molti è un grosso sacrificio, in quanto ci si abitua in fretta al tenore di vita del nord europa (clima permettendo). Però, anche grazie all’emergenza covid, sta diventando più diffuso e ricercato il nomadismo digitale e prevedo potrà portare ricchezza a molti borghi italiani dimenticati dal turismo mainstream. L’Italia ha una enorme ricchezza sul territorio che viene trascurata a favore di centri città dove si concentrano le realtà industriali e quindi il lavoro e quindi la ricchezza. Credo che il lavoro remoto possa essere una enorme opportunità di risorgimento per il resto della penisola, per chi deciderà di investire nel digitale.

Rosaria Cercola & Dario Facchini

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