Gli assassini delle colline

Ero solo una bambina, ma lo ricordo chiaramente. Come se fosse ieri.

Successe molti anni fa, in una fredda notte autunnale (ai tempi lo erano ancora), in un paesino dell’Italia settentrionale tra le colline, ai piedi delle Orobie.

L’efferato omicidio fu commesso silenziosamente, con la complicità dell’oscurità. Nessuno si accorse dell’accaduto fino al giorno seguente, quando, uscendo di casa per andare a scuola, avvertii nell’aria qualcosa di diverso.

Era una mattina silenziosa, stranamente silenziosa. I miei cani sonnecchiavano tranquilli, ed io, in ritardo, mi avviai velocemente verso il paese.

Tornata a casa dalla faticosa mattinata, dopo aver salutato i miei fedeli amici a quattro zampe, mi colpì nuovamente quella strana sensazione dovuta a quel silenzio insolito.

Non sentivo il quotidiano chiocciare che accompagnava i miei pomeriggi casalinghi.

Le galline!

Perché non si facevano sentire? Cosa poteva essere successo?

Afferrato di fretta il cappotto mi apprestai a raggiungere il campo dietro casa, dove erano solite passare le loro giornate, e la scena che mi si presentò davanti fu agghiacciante: ecco lì, di fronte a me, sparsi per tutto il campo, 10 corpi immobili senza testa.

Chi aveva potuto fare una cosa simile?

Forse una setta satanica? Un gruppo di streghe in vista della notte di Halloween?

La mia mente vagò tra fantasia e realtà in cerca di risposte ma, nonostante la mia tenera età, la mia essenza naturalistica mi chiarì subito la situazione: faine.

La faina (Martes foina) è un piccolo mammifero appartenente alla famiglia dei Mustelidi. Grazie alle sue capacità adattive, copre un vasto areale che comprende l’Europa, l’Asia centrale e, introdotta, anche il Nord America.

Rispetto ad altri animali del genere Martes, preferisce gli spazi aperti, vive principalmente in aree rocciose e nei boschi, avvicinandosi senza problemi anche alle zone abitate e causando svariati danni: dai tetti, dove le piace cacciare piccoli uccelli, fino ai garage e alle macchine, di cui ama gli anfratti e i copertoni.

Non è una specie a rischio di estinzione e, benché in Italia sia protetta, in alcune zone della Russia e dell’India viene cacciata per la pelliccia, simile a quella dei suoi parenti ermellini e donnole.

È un animale solitario, fatta eccezione per i piccoli gruppi familiari comprendenti la madre con i giovani; è soprattutto notturna, grazie a olfatto e vista molto sviluppati. È onnivora e si adatta facilmente a quello che trova in base al periodo dell’anno, ma predilige comunque carne e uova.

[di Zdeněk Macháček da Unsplash]

Come altri carnivori, tra cui altri Mustelidi e non solo, nel momento della caccia presenta un comportamento che viene chiamato predazione in eccesso (“surplus killing”).

Questo consiste nell’uccidere più prede di quante non siano apparentemente necessarie per la sopravvivenza e il fabbisogno nutrizionale del momento.

Nonostante sembri un comportamento illogico, la natura ha sempre delle spiegazioni. Prima di tutto, per risparmiare calorie necessarie a cacciare successivamente.

La caccia richiede energie, tempo e fatica: in una situazione di abbondanza, l’animale caccia il più possibile e si nutre spesso solo delle parti più nutrienti e sostanziose, massimizzando il profitto. Un’altra spiegazione potrebbe essere quella di nascondere o sotterrare le prede per conservarle e nutrirsene poi quando il cibo scarseggia.

Un caso etologicamente interessante è quello degli animali d’allevamento: tanti animali, generalmente prede, in uno spazio ristretto.

Un predatore, durante la caccia, segue una serie di fasi che gli permettono di soddisfare il suo istinto: localizzazione della preda, agguato, inseguimento, attacco e uccisione.

In una situazione come quella descritta sopra, le prede chiuse nel recinto spesso non attuano i normali comportamenti di una preda: non scappano, non si difendono.

Questo porta a una sorta di frustrazione nel predatore che, dopo aver ucciso una preda, non si sente per nulla appagato. Si innesca quindi una frenesia predatoria che porta all’uccisione di quante più prede possibili, nel tentativo di soddisfare il proprio istinto.

Ecco allora che questo comportamento apparentemente assurdo trova una spiegazione legata alla condizione di vita degli animali da reddito in relazione a quella dei predatori, che affrontano un contesto “innaturale” rispetto a quando si approcciano e soddisfano il loro istinto con prede selvatiche.

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Isabella Manenti

Bergamasca, 25 anni. Da sempre appassionata di animali, mi sono laureata in scienze biologiche per poi intraprendere la strada dell’etologia. Mi rilassa stare in mezzo alla natura e osservarla, ascoltarla e annusarla, per ore.

Fonti e Approfondimenti:

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