Fast fashion e impatto ambientale

Quando, durante la mia visita in UK nel 2012, ho scoperto un negozio di abbigliamento davvero molto economico (di cui non farò il nome) ho perso un po’ la testa. Magliette a meno di tre euro, jeans a meno di dieci e tanti inutili accessori a meno di uno.

Finita la gioia iniziale, però, mi sorsero spontanei certi dubbi: chi lavorava a questi capi a così basso prezzo riusciva a guadagnare abbastanza per vivere? E allo stesso tempo, quanto alta può essere la qualità dei materiali usati nella produzione? 

Lasciando per ora da parte l’annosa questione del benessere dei lavoratori – un punto davvero fondamentale qualunque cosa si stia acquistando – veniamo al tema del giorno: la fast fashion (moda veloce) e il suo impatto ambientale.

Ma qual è questo impatto e perché si cerca di parlare di maggiore sostenibilità nel mondo della moda?

Prima di tutto, guardiamo ai processi di produzione: con la globalizzazione e la delocalizzazione dei processi produttivi, questi vengono divisi in più fasi, ognuna magari effettuata in aree diverse del pianeta. Dalla coltivazione del cotone e produzione di materiali sintetici, ai vari step di manifattura, i nostri vestiti possono attraversare il pianeta, anche più volte, prima di finire nei negozi dell’occidente. Ciò contribuisce ovviamente all’aumento di CO2: il mondo della moda produce all’incirca il 10% delle emissioni globali.

Altra nota dolente: si stima che 44.000 miliardi di litri d’acqua – bene preziosissimo, al quale molti esseri umani non hanno accesso facile – vengano usati ogni anno per l’irrigazione delle materie prime coltivate (cotone soprattutto). Ma il consumo di acqua non si ferma qui: altri processi come sbiancamento, colorazione, stampa e rifinitura portano la quota totale a 79.000 miliardi di litri. Allo stesso tempo, queste produzioni causano inquinamento delle falde acquifere dovuto ai materiali tossici utilizzati. 

Alla coltivazione del cotone viene associato anche un altissimo utilizzo di pesticidi, con conseguente perdita di fertilità del suolo, distruzione di microrganismi, piante e insetti. Mentre nei processi di produzione vengono usate numerose sostanze nocive che possono anche essere causa di malattie gravi.

Senza tralasciare le quantità di rifiuti prodotti e quelle degli abiti eliminati ad ogni stagione per far spazio a quelli nuovi, diventa evidente l’immane impatto ambientale della moda.

Ecco che il mio interesse si è presto spostato al mondo dell’usato e dei famosi “Charity shop” inglesi, dove tutto ciò che è in vendita proviene da donazioni, e tutti i ricavati vanno in beneficenza. Come consumatori possiamo fare tante scelte consapevoli, come acquistare di meno e di seconda mano.

Allo stesso tempo, però, ci sono soluzioni alternative che, tramite il riutilizzo di materiali di scarto di altre industrie, rientrano a pieni termini nella definizione di economia circolare. Nei mesi scorsi abbiamo visto abiti fatti a partire da bucce d’arancia e pellami ottenuti a partire da vinaccia. Secondo uno studio del Centre for Sustainable Fashion di Londra, le piccole e medie imprese tessili possono fare un gran lavoro nel trasformare quest’industria da una delle più inquinanti ad una delle più virtuose. 

Rosaria Cercola
Napoletana, dopo un dottorato in UK in Chimica Fisica, e 9 mesi in Texas in pieno lockdown, ora lavoro come assistente editore per un progetto di EIROforum ad Heidelberg, in Germania. Viaggio tanto, leggo molto, guardo un sacco di Netflix. Sto imparando ad usare Twitter.

Fonti: 

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