Barbecue in laboratorio? La carne in vitro prossimamente sulle nostre griglie

Barbecue

La sola parola ci fa sorridere e pensare a lunghe tavolate imbandite, portate epiche e “fiumi di luppolo”, in uno spirito di amicizia e condivisione. Ma parliamoci chiaro: il barbecue è un rito carnivoro.

Certo, la presenza di qualche pomodorino e melanzana qua e là è ben accetta, ma la vera protagonista non può che essere la carne. 

[Matthiasboeckel, da Pixabay]

Questa consapevolezza ci pone davanti ad un problema comune ad ogni compagnia: l’amico vegetariano/vegano.

E se questa figura, da sempre incompresa ed emarginata, stravolgesse le regole e conquistasse presto il posto a capotavola alla prossima grigliata?
Come?

Grazie ad un’idea rivoluzionaria e da molti ritenuta “contro natura”. Sto parlando della cosiddetta “carne pulita” o “carne sintetica” che, dalle lussureggianti colline della Silicon Valley, sta pian piano conquistando ristoranti e fast food (pare sia in arrivo l’impossible burger!).

Ma andiamo con ordine. L’idea di creare carne in vitro (ovvero facendo crescere le cellule in un ambiente sterile ed artificiale ed in condizioni chimico-fisiche controllate) appare per la prima volta come il prodotto della mente visionaria di alcuni scrittori di fantascienza di inizio ‘900. 

[Di World Economic Forum, Wikipedia]

Il passo dalla letteratura al laboratorio, però, non tarda ad arrivare e nel 1971 viene eseguita la prima coltura in vitro di fibre muscolari, ad opera di Russel Ross.

La strada, tuttavia, non è tutta in discesa: ogni passo avanti, come il deposito di due brevetti tra gli anni ‘90 e 2000, ne comporta almeno due indietro.

La NASA schiera le proprie risorse per finanziare una ricerca mirata a produrre carne sintetica come cibo per i viaggi spaziali ma, nonostante i risultati incoraggianti, i lavori vengono abbandonati dopo pochi anni.

La prima degustazione pubblica di bistecche ottenute da cellule staminali di rane vive crea molta curiosità, ma lascia delusi i palati degli assaggiatori che trovano più affinità con la gelatina. Bisogna aspettare il 2005 per leggere la prima pubblicazione scientifica sulla carne coltivata (ad opera dell’università del Maryland) e per conoscere il nome di uno degli uomini che più si sono spesi per rendere quest’ ipotesi una realtà: Mark Post.

Insieme al suo team, questo professore di angiogenesi e specialista in ingegneria dei tessuti all’Università della Tecnologia di Eindhoven ha presentato il risultato del proprio lavoro in diverse conferenze. 
Il metodo prevede il prelievo di cellule staminali embrionali o adulte, tramite biopsia, da maiali, mucche o polli.

Le cellule sono indotte a moltiplicarsi e a svilupparsi in cellule muscolari attraverso un’ elettrostimolazione che simuli quella prodotta dai muscoli del corpo, oppure grazie a dei punti di ancoraggio che generino automaticamente la tensione necessaria a “stirare” le fibre muscolari. In più, per farle crescere, è necessaria la presenza di un siero di crescita contenente anche una miscela di proteine, aminoacidi, glucosio, minerali e ormoni che mimino l’azione di quelli naturalmente prodotti.

Attualmente il siero utilizzato è di origine animale, ma i ricercatori sono al lavoro per ottenerne uno di tipo vegetale per rendere la carne in vitro al 100% cruelty free.

Ci sono però altri due ostacoli da superare: il costo non proprio economico della carne coltivata (l’hamburger presentato da Mark Post nel 2013 è costato circa 33.000$) e lo scetticismo dell’opinione pubblica. 
Al di là del gusto e dei complottismi, però, quello che davvero muove il lavoro di tutti i ricercatori impegnati nella produzione di carne sintetica è la costante ricerca di un’alternativa più sostenibile per il nostro pianeta.

Gli allevamenti intensivi, lo sappiamo, sono tra i principali responsabili dell’aumento dei gas serra in atmosfera e del conseguente aumento delle temperature. Per non parlare, poi, dei costi in termini di impronta idrica ed ecologica che comportano.

Come scrive Mark Post, la carne coltivata potrebbe essere la migliore alternativa ad un mondo con città sempre più grandi e terre sempre più aride. Solo il tempo, però, ci dirà se la visione di questi uomini potrà davvero trasformare il modo in cui mangiamo, orientandoci verso scelte più etiche e non convenzionali.

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Giulia Tancorre Laureata in Biotecnologie vegetali, science-addicted sin dalla tenera età, e affascinata dal potenziale del mondo vegetale. Interessata alla divulgazione scientifica e all’educazione ambientale cerco di pormi sempre “dalla parte degli scienziati per i contenuti e dalla parte del pubblico per il linguaggio”.Bibliografia:

  • Carnazzi S. 2016 Storia della carne sintetica. Coltivazioni in vitro, agricoltura cellulare, hamburger del futuro, LifeGate;
  • Post M.J. 2012 Cultured meat from stem cells: Challenges and prospects, Meat science (Volume 92, Issue 3, November 2012, Pages 297-301).

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