Altruismo? Un gioco della selezione

Se siete interessati all’argomento e ve lo siete persi, a questo link troverete un articolo introduttivo del nostro blog che riporta qualche esempio tra gli innumerevoli presenti in natura.

Esistono tre teorie che possono motivare la “decisione” della selezione naturale di non eliminare comportamenti che abbassano la fitness, ovvero il successo riproduttivo, di chi li mette in atto.

Per comprendere davvero queste ipotesi, dobbiamo riconsiderare la comune idea di selezione: non più quella che agisce sui singoli individui, ma quella che opera su più livelli.

Così, dal gene al gruppo sociale, ne troviamo in questa scala diverse unità. Ed ecco che, per spiegare un comportamento apparentemente insensato, basta individuare su quale di queste unità la selezione sta lavorando.

Group selection di Wilson

Si basa sul concetto di eusocialità. Quest’ultima viene definita da Treccani come “l’elevata organizzazione sociale caratteristica di alcuni gruppi di animali, quali le termiti, le formiche, le api” e si basa su sovrapposizione genetica, allevamento cooperativo della prole e divisione dei lavori nella colonia.

Secondo questa teoria, il gruppo esiste come unità di selezione che surclassa la selezione individuale, anche se gli individui egoisti stanno generalmente meglio di quelli altruisti. Nelle colonie di vespe cartonaie, per esempio, è presente una gerarchia ben definita: una vespa α, l’unica riproduttrice; una vespa β, che aiuta α; e le vespe operaie.

Tra α e β non c’è parentela, ma nel caso in cui α scompaia – cosa che capita relativamente spesso, il 60% delle volte – β prende automaticamente il suo posto, senza che le operaie la aggrediscano o depongano uova al suo posto.

La riproduzione incontrollata delle operaie, infatti, quando la nuova α è riproduttiva, può confondere riguardo i ruoli lavorativi nella colonia, rendendola instabile e inefficiente.

In questo caso, quindi, è il gruppo socialmente stabile a essere “premiato” dalla selezione per l’altruismo dei suoi membri.

[di chrisad85 da Pixabay]

Kin selection

Secondo questa ipotesi, il successo di un individuo non dipende dal numero di figli, ma piuttosto da quanti più individui direttamente imparentati con esso (e quindi portatori dello stesso genoma o di buona parte di esso) raggiungono l’età riproduttiva.

Si parla in questo caso di fitness inclusiva: somma della fitness diretta dell’individuo, cioè il numero di figli generati, e della fitness indiretta, cioè il numero di figli generati da parenti più o meno stretti grazie all’azione altruistica dell’individuo.

Un esempio interessante è quello del martin pescatore e del cooperative breeding.

Nella stagione riproduttiva, non tutti i maschi trovano una compagna con cui accoppiarsi e si dividono quindi in quattro gruppi: i riproduttori; gli aiutanti primari, che aiutano direttamente i loro genitori a crescere i fratelli; gli aiutanti secondari, che aiutano i non parenti con la prole; e i ritardatari, che aspettano la stagione successiva.

Sebbene possa sembrare che, nell’anno successivo, gli aiutanti secondari aumentino la fitness più degli altri (il 74% di questi infatti sopravvive e il 91% si accoppia, soprattutto con le femmine aiutate nella stagione precedente), quelli che davvero guadagnano fitness inclusiva nei due anni successivi sono quelli che spendono più energie: gli aiutanti primari.

In questo caso si potrebbe dire che la selezione operi a livello delle singole copie di geni: l’importante è che questi si tramandino, non necessariamente da genitori a figli, ma anche all’interno dello stesso nucleo familiare, con un fenomeno che potremmo chiamare a tutti gli effetti nepotismo.

[di Free-Photos da Pixabay]

Reciprocity selection

In questo tipo di selezione, un individuo ripaga un altro che precedentemente gli aveva fatto un favore. Anche qui, come nella seconda teoria, è necessario il riconoscimento tra individui, ma non imparentati tra loro.

I pipistrelli vampiro, già citati nello scorso articolo sull’argomento, non sopravvivono senza cibo per più di tre giorni.

È dimostrato che aiutano i membri del proprio gruppo sociale rigurgitando sangue, preferendo però pipistrelli da cui sono stati aiutati in passato ed evitando quelli che invece non hanno ricambiato il favore.

Qui dunque è l’individuo altruista ad essere premiato, direttamente dai suoi simili e “conoscenti”.

[di  Todd Cravens da Unsplash]

Alla luce di queste ipotesi, l’altruismo sembrerebbe uno stratagemma della selezione, un atto mai disinteressato.

Questo importante e vasto tema può essere affrontato da molteplici punti di vista. Molti hanno cercato di spiegarlo attraverso dimostrazioni matematiche.

Nel caso dell’uomo, diversi studi sono stati fatti sull’ipotetica evoluzione della morale a partire dai primati. Ma di questo ne parleremo in puntate future… Stay tuned!

Isabella Manenti

Bergamasca, 25 anni. Da sempre appassionata di animali, mi sono laureata in scienze biologiche per poi intraprendere la strada dell’etologia. Mi rilassa stare in mezzo alla natura e osservarla, ascoltarla e annusarla, per ore.

Bibliografia e fonti:

  • Wilson D. S. (1997), Introduction: Multilevel Selection Theory Comes of Age, The American Naturalist, 150:S1, S1-S21;
  • Wilson D. S. (1975), A Theory of Group Selection, Proc. Nat. Acad. Sci. USA Vol. 72, No. 1, pp. 143-146;
  • http://www.treccani.it/enciclopedia/eusocialita/;
  • Wilson E. O. and Holldobler B. (2005), Eusociality: Origin and consequences, PNAS, vol. 102, no. 38, pp. 13367–13371;
  • Ratnieks F. L. W. and Wenseleers T. (2005), Policing Insect Societies, Science, Vol 307, pp. 54-56;
  • https://en.wikipedia.org/wiki/Kin_selection;
  • Reyer H. U. (1984), Investment and relatedness: a cost/benefit analysis of breeding and helping in the pied kingfisher (Ceryle rudis), Anim. Behav., 32, pp. 1163-1178;
  • https://en.wikipedia.org/wiki/Reciprocity_(evolution);
  • Carter G. G. and Wilkinson G. S. (2012), Food sharing in vampire bats: reciprocal help predicts donations more than relatedness or harassment, Royal Society Publishing.

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