Alberi e Moai, lezioni di ecologia vecchie mille anni

Quando i primi Europei – più precisamente gli Olandesi – arrivarono sull’isola di Pasqua nel 1722, restarono senza parole.
Come aveva potuto quest’isolata e piccola nazione polinesiana, priva delle più moderne tecnologie, erigere delle così elaborate, alte e pesanti statue?

Tenete presente che parliamo di 14 tonnellate di pietra, mica piume.
Molti cominciarono a parlare di poco plausibili viaggi oceanici – l’Isola di Pasqua dista 3700 Km dalla costa del Cile – in tempi più moderni si è addirittura parlato di alieni che avrebbero posizionato le massicce statue.

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[di voltamax da Pixabay]

La risposta è molto più semplice di quanto tutti si possano aspettare: erano stati i Polinesiani stessi.
Gli Olandesi, infatti, si erano posti la domanda sbagliata: invece di chiedersi come le statue potessero essere state posizionate lì, avrebbero dovuto chiedersi perché nell’isola di Pasqua non ci fossero più alberi.
E, anche oggi, non troverete alcun albero sull’Isola di Pasqua. 

Facciamo allora un pausa ed immaginiamo di balzare indietro nel tempo di 900 anni (circa), quando i Polinesiani arrivarono in questa isola Rapa Nui – isola di Pasqua per gli autoctoni – sperduta nel mezzo dell’Oceano ma ricolma di alberi.

Non si sa bene perché i Polinesiani furono costretti ad effettuare questo lungo viaggio oceanico ma di una cosa ora si è certi: furono uno dei popoli più civilizzati della loro epoca, esperti navigatori ed esploratori.

Praticavano l’agricoltura, avevano una società stratificata e basata sul lavoro.
Le statue, chiamate moai, erano una forma d’arte molto diffusa che veniva spesso utilizzata come simbolo di prestigio e potere.

Come potete ben immaginare, per poter spostare ed erigere tali statue devono aver avuto bisogno di molti possenti tronchi d’albero.

E questo è stato l’inizio della loro fine.

Anno dopo anno, i Polinesiani hanno cominciato un massiccio atto di deforestazione che li ha portati ad essere quella piccola nazione senza tecnologia incontrata dagli Olandesi qualche centinaio di anni dopo. 

Venne scoperto in anni recenti, infatti, che la geografia ed ecologia dell’isola stessa la rendevano particolarmente sensibile alla deforestazione.
L’isola di Pasqua è piccola, secca, piatta e fredda.
Tutti fattori che hanno fatto sì che gli alberi tagliati non venissero mai sostituiti spontaneamente da Madre Natura.

Se la fortuna non fu dalla loro parte, l’hybris – che, ahimè, è caratteristica di tutto il genere umano – ha sicuramente dato il colpo di grazia: incuranti di questa difficile riforestazione e impegnati ad essere migliori del proprio avversario politico per costruzione di infrastrutture e canoe, hanno continuato l’inarrestabile abbattimento degli alberi. 

Gli effetti furono devastanti per la società.
Senza alberi, i Polinesiani non poterono costruire canoe per pescare nell’oceano.
Le costruzioni cominciarono a marcire e non c’era più legno a disposizione con cui poterle sostituire.
La vegetazione rimasta fu bruciata per scaldarsi negli inverni più gelidi. Sono state addirittura trovate tracce di erba bruciata, tale era la disperazione ed il tentativo di scaldarsi.

Le ultime statue non furono erette e rimasero abbandonate, lasciate tristemente a terra.

Questo popolo possedeva tecnologie molto avanzate rispetto all’epoca, non erano né dei primitivi né degli sprovveduti.
Pensate che non avrebbero dovuto ignorare il problema ambientale?
Certo.
Che non avrebbero dovuto tagliare tutti gli alberi?
Che si sarebbero dovuti fermare prima ed ascoltare le prime avvisaglie di pericolo?
Verissimo.

E allora mi spiegate perché noi non riusciamo ad abbassare il termostato, viaggiare meno in aereo, abbandonare la plastica, etc… Nonostante gli enormi segnali di allarme?

Perché pensiamo che la crisi climatica non sia vera o, per lo meno, che non dobbiamo occuparcene subito? We have to deal with it, prima che arriviamo a tagliare anche l’ultimo fatidico albero. 

Silvia Achilli
Dottorata in Biochimica e attualmente Post-Doc in Glycobiology.
Da ormai 5 anni residente in Francia, si batte per i diritti delle pizze maltrattate dai francesi.
Quando non è prigioniera della sua gatta, diventa una appassionata fotografa dilettante ed è pazza per i viaggi.

Fonti e approfondimenti:

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